I Fratelli musulmani hanno un'«idea»: eleggere uno Zohran Mamdani anche in Italia. E per farlo hanno scelto il Pd.
È una delle rivelazioni che un imam, che ha un ruolo apicale in Italia, ha fatto al Giornale. Una figura di rilievo che per un tentativo di dialogo interreligioso con Israele è finito ai margini della sua comunità. Per ragioni di sicurezza, preferisce l'anonimato. Il fondo di questa storia è fatta anche di minacce, e quindi di denunce. Le sue posizioni sulla necessità di una pace tra Palestina e Israele lo hanno fatto diventare una voce scomoda dentro l'islam organizzato. E questo non è stato senza conseguenze, racconta.
Descrive un clima ideologico di chiusura totale verso «la pace» e verso il «dialogo». Quella che lui chiama «vera religione» non ha spazio: «Odiano tutto quello che non combacia con la loro idea, con la loro modalità di vivere, di trattare il prossimo», racconta. «Perché loro credono di avere ragione. Il resto è tutto sbagliato e così bisogna affrontarlo, questo è il credo».
Il riferimento ai suoi critici è chiaro: «La maggior parte sono i Fratelli Musulmani», precisa. Per gli analisti e non solo, quel movimento transnazionale è il fautore dell'Islam politico, con un piano specifico.
Ma perché questa ostruzione nei confronti di chi vuole il dialogo con Israele? «Lo fanno per interessi, ideologia e ignoranza. Accusano me per questo», spiega l'imam. Per alcuni, Israele resta una linea rossa invalicabile: chi la supera viene isolato. «Loro son con te se coincidono i loro interessi, domani saranno contro di te se i loro interessi non combaciano». E questo, secondo l'imam, vale anche per la traiettoria politica.
Da qui l'«idea», ossia quella di usare il Pd per eleggere un «Mamdani italiano», un simbolo, per mettere un piede più solido nelle istituzioni. Ma l'alleanza, sostiene, è tattica e non ideologica. «Appena gli interessi non coincidono, scaricheranno quel partito». Il Pd ha del resto una componente musulmana già abbastanza pronunciata. Il consigliere Si Mohamed Kaabour a Genova, l'assessore di Reggio Emilia Marwa Mahmoud, la parlamentare Ouidad Bakkali, Raisa Labram consigliera a Brescia, il leporiano Siid Negash a Bologna e Abdullahi Ahmed, consigliere comunale dem a Torino. Pd e centrosinistra sono già il luogo dell'emanazione dell'attivismo musulmano in politica. Nessuno degli eletti citati è accusato di rispondere o appartenere ai Fratelli musulmani. Ma, secondo le parole dell'imam, il Pd è il veicolo individuato per innestare il messaggio religioso in un soggetto politico.
Ma chi muove i fili? La risposta è diretta: «I capi dei Fratelli Musulmani in Italia? I Piccardo e una serie di persone di origine mediorientale». Un «sistema» di cui - sostiene - le istituzioni dovrebbero occuparsi: «Io da musulmano Italiano invito le autorità a valutare questo fenomeno».
Il problema, avverte, non sarebbe soltanto l'accettazione delle differenze nella comunità islamica ma anche il tentativo di esercitare un potere politico sottotraccia.
E chi prova a sottrarsi al giogo ideologico, può ricevere un trattamento a sorpresa: «Noi siamo andati a chiedere la possibilità di cessare il conflitto, a cercare legami di dialogo interreligioso interumano e a presentare ai governatori il nostro appello per la pace, l'amore e il rispetto. Hanno replicato dicendo che sono un terrorista, che sono andato a dare appoggio alle autorità d'Israele per uccidere i palestinesi. Ci sono rimasto davvero male».