Riforme, Mauro silurato dalla coppia Renzi-Casini

Italicum e Senato Tensioni nella maggioranzaBlitz in commissione, sostituito l'ex ministro ritenuto un ostacolo. Lui si ribella: "C'è la manina del premier, non sono il suo Dudù"

Riforme, Mauro silurato dalla coppia Renzi-Casini

La riforma si blocca? E qual è il problema? Rimuoviamo l'ostacolo ed è tutto risolto. Il metodo Renzi funziona anche in differita. «Facciamo fuori Mario Mauro». Il diktat-rottamatore arriva direttamente dalla Cina e, a Roma, viene messo in pratica. Renzi chiede, Casini esegue. L'ex ministro della Difesa del governo Letta, leader dei Popolari per l'Italia, è stato rimosso dalla commissione Affari costituzionali del Senato sulle riforme e sostituito, seduta stante, col presidente del gruppo Lucio Romano. A votare a favore della sua dipartita i senatori Casini, Di Biagio, Romano, Olivero e Merloni.
Succede questo. Il ddl è all'esame della prima commissione. Tutto fermo. Non si muove foglia. Il solito pantano istituzionale. Le solite pastoie politiche che non fanno cambiare mai nulla. A qualcuno viene in mente che il problema potrebbe essere proprio Mauro. In effetti, era stato proprio lui, qualche settimana fa, a muovere la pedina decisiva che fece passare l'ordine del giorno del leghista Roberto Calderoli a favore di un Senato elettivo. E allora che si fa? Si decide di mandarlo a casa. Una scelta che dovrebbe garantire la maggioranza a Renzi and friends. E fra questi friends il primo della lista è Casini. Sì, udite udite, proprio lui. Analisi fantapolitica, ma lucidissima, del coordinatore nazionale di Fratelli d'Italia-Alleanza nazionale, Guido Crosetto il quale vede «l'epurazione di Mauro» come il certificato definitivo «dell'ingresso di Casini nel Pd e la volontà dei sedicenti moderati di salire sul carro di Renzi. Sono molto contenti di poter servire il nuovo padrone e attendere, scodinzolando, che dalla tavola imbandita cada qualche osso. Poiché Mauro aveva avuto l'ardire di non allinearsi su una riforma costituzionale senza né capo né coda, il gruppo Per l'Italia ha voluto consegnare la testa del “traditore” prima che il presidente del Consiglio tornasse in Italia». Non fa una piega.
Mentre nella stanza di là si sente la vocina felpata del ministro Maria Elena Boschi che dice «siamo nei tempi e siamo vicini all'accordo. Mancano solo le ultime cose da verificare», in quell'altra stanza c'è Mauro che sbraita. Anche perché lui faceva parte di quelle due o tre cose da mettere a posto. Mauro si vendica convocando una conferenza stampa dove l'intenzione è quella di far neri il premier (già che ce l'aveva con lui per non averlo riconfermato alla Difesa) e il suo nuovo amichetto Casini. «Mi hanno rimosso dopo una riunione del gruppo convocata all'improvviso, senza tutti i membri, e senza indicare il punto all'ordine del giorno: una manina o una manona precisa è intervenuta dopo le Europee in modo che nessuno si frapponesse ai diktat di Renzi. Si è visto che, se non ci si concepisce come il Dudù di Renzi, difficilmente si possono mandare in porto le riforme». E, dunque, se a Matteo appiccica il ruolo di mandante, a Pier Ferdinando gli dà quello dell'inquisitore spagnolo «Torquemada»: «È lui che ha chiesto la mia sostituzione e ciò malgrado avessi assicurato che non avrei mancato di votare secondo le indicazioni del gruppo». Vatti a fidare dei democristiani. O dei neo-demorenziani.
Mauro si prende 24 ore di tempo per decidere se restare nel gruppo e nella maggioranza. Ma un'impressione ce l'ha: «Nei giorni scorsi stava prendendo corpo la possibilità di dar vita ad un unico gruppo di maggioranza che includesse tutti i non Pd. Ho la sensazione che quest'operazione possa essere stata decisa per danneggiare questo progetto». Tutto può essere. Per alcuni del Pd quello che è accaduto è «sconcertante». Per altri è «fantascienza». I cinesi non ci hanno capito niente.

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