Romeo e Giulietta su Facebook Se oggi d'amore si muore così

La fidanzata lo lascia, lui annuncia con un «post»: «Mi sparo»  Quando lei lo scopre, minaccia di fare altrettanto. Via sms...

H o sempre pensato che Romeo e Giulietta siano morti la notte in cui si sono incontrati, a quella festa, morti nel momento in cui l'amore è arrivato nelle loro esistenze, rendendo reale ciò che fino a qualche ora prima era stato solo sognato, desiderato, invocato. Immaginiamo due adolescenti con un'idea di sé e del mondo e un'idea di come vorrebbero cambiare le cose. Dentro, fuori. Spaventati ma coraggiosi, fragili ma fortissimi come fortissima è la vita di chi da poco la frequenta. Conoscono per la prima volta e, nel loro caso, ultima l'unica cosa che riesce a far male anche quando fa bene, che strazia e che nutre, che chiede materiali preziosi di sé in cambio di un po' di felicità: l'amore. Si dichiarano pronti a rinunciare a tutto, al proprio cognome, alla propria storia, pur di sapere cosa è veramente l'amore. Lo tirano finché non si spezza, lo tirano per renderlo eterno e quindi inviolabile. Gli amori tragici sono spesso definiti romantici, perché il comune senso dell'amore porta a credere che solo ciò che è fallibile è degno di essere vissuto, che ha valore solo ciò che ci mette in relazione con la nostra vulnerabilità e il nostro dolore. Da Romeo e Giulietta, appunto, a Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, Enea e Didone, Abelardo ed Eloisa, Antonio e Cleopatra, la letteratura è costellata di amori che non possono essere vissuti e sperimentati, amori ostacolati, impossibili. Tragici.
Il suicidio per amore sembrava tramontato da quando i paradigmi relazionali sono cambiati, ovvero da quando si è cominciato a pensare che nessuno è insostituibile, che finita una storia è possibile ricominciarne un'altra. La libertà sessuale e sentimentale, vera o presunta che sia, ha prodotto individui capaci di immaginare un futuro dopo la fine di una relazione. Non tutti però ci riescono e, delusi e arrabbiati per la fine di una storia, non pensano più di metter fine alla propria vita, ma di metter fine a quella della persona che li ha abbandonati. La violenza, dunque, non è più rivolta a sé, non è generata dalla malinconia, la tristezza non è più così intollerabile da decidere di morire; la violenza, adesso, è direttamente partorita dalla rabbia, dal senso del possesso, dall'esigenza di controllo. Se tu non mi appartieni, non apparterrai a nessun altro. La persona che si giura di amare si annienta per annientare l'idea stessa dell'amore. Tentativi goffi, spietati, orribili di rendere l'amore inoffensivo.
Il suicidio del giovanissimo innamorato di Genova avviene in un momento in cui gli uomini puniscono le donne che non gli appartengono più. Lui ha deciso di morire mentre tutti decidono di ammazzare; lui se ne va in silenzio, dopo uno status su Facebook in cui dichiara le proprie intenzioni, se ne va perché l'amore lui l'ha perso, ma non intende andare a riprenderselo con la forza. Se ne va, perché ora che l'ha conosciuto sa che l'amore fa male anche quando fa bene e a quel dolore probabilmente non riesce a dare una forma e lui è a metà: rotto, sconfitto. La sua ex fidanzata, appresa la notizia, decide di seguirlo, avverte le amiche che anche lei si ucciderà, ma per fortuna la trovano in tempo. Eccolo, l'amore tragico, frainteso sempre, sempre mal interpretato, confuso con l'amore vero, confuso con l'idea che solo la morte può essere il degno epilogo di un grande amore. Ma che colpa hanno due giovanissimi innamorati che preferiscono la morte alla sofferenza? Davvero nessuna. Sono circondati dalla morte e lui ha scelto di incrociarla in un modo diverso, anacronistico, non offensivo verso chi ama. Nel modo di chi dall'amore è stato sconfitto e decide di andarsene con tutta la grazia di cui, in questi casi, si è capaci.

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