Sallusti graziato dal Colle e giustiziato dai colleghi

Il direttore del Giornale è stato sospeso per tre mesi dall'Ordine dei giornalisti

Sallusti graziato dal Colle e giustiziato dai colleghi

Tanto per gradire, l'Ordine dei giornalisti (Consiglio regionale della Lombardia) ha inflitto in prima istanza al collega Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, una sanzione disciplinare: tre mesi di sospensione, cioè tre mesi di disoccupazione, zero stipendio, neanche lo straccio di un assegnino sborsato dalla Cassa integrazione guadagni. Che cos'altro ha combinato il responsabile di questa testata per meritare la punizione? Un bel niente. Si tratta di uno strascico della nota vicenda di cui si è occupato addirittura il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

I lettori ricorderanno la porcata della condanna a 14 mesi di carcere rifilata a Sallusti per un articolo vergato da Renato Farina su Libero. Omesso controllo? Nossignori. Per omesso controllo non si va in galera, tutt'al più si paga una multa. Si dà il caso che il pezzo delittuoso fosse firmato con uno pseudonimo. Il tribunale si risparmiò lo sforzo di accertare chi si nascondesse sotto tale pseudonimo e considerò autore del corsivo il nostro Alessandro, che all'epoca dirigeva Libero, cosicché lo bastonò come se egli l'avesse scritto di suo pugno.

Il lettore obietterà: i magistrati non erano tenuti a sapere chi materialmente avesse steso l'articolo. E invece sarebbe stato facile verificarlo: bastava che telefonassero allo stesso Sallusti o a me, che a Libero non ero un ospite di passaggio. Non lo fecero. D'altronde erano e sono pieni di lavoro, mica si poteva pretendere che perdessero tempo in simili quisquilie.

E così la sentenza giunge in Cassazione. Il procuratore chiede il rifacimento del processo; la corte, invece, conferma: 14 mesi di galera. Il direttore deve scontarli: non esiste un ulteriore grado di giudizio oltre il terzo. Succede un finimondo. Ha voglia Sallusti di disperarsi e di protestare. Vada dentro, punto e chiuso. Trascorre più di un mese. Arriva il momento di blindare il condannato, che non vuole i domiciliari - questione di principio - ma la cella. Tiremmolla. Alla fine, si appalesano in redazione alcuni poliziotti, prelevano con garbata fermezza il direttore e lo conducono a casa, raccomandandogli: di qui non si muova neanche per scherzo. Lui, viceversa, davanti ai loro occhi, finge di uscire. Una fuga simbolica finalizzata a farsi trasferire a San Vittore. Processo per direttissima. Reato: tentata evasione.

In aula, seduto dietro l'imputato, ecco Enzo Jacopino, presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti. Che ci fa lì? È venuto a sostenere Sallusti nella difficile prova che gli tocca affrontare, e a esprimergli la solidarietà propria e quella dell'intera categoria. Un bel gesto, indubbiamente. Cui però ora segue un provvedimento che lascia basiti. Del quale parlerò più avanti.

Dall'accusa di tentata evasione Alessandro è assolto per non aver commesso il fatto, che in effetti commesso non ha. Gli rimangono tuttavia da scontare quei 14 mesi di reclusione a domicilio, dove Sallusti resta bloccato per quasi un mese, fin quando il presidente della Repubblica non gli concede la grazia ovvero la commutazione della pena detentiva in sanzione pecuniaria.

In pratica, il custode della Costituzione, il rappresentante dell'Unità nazionale, perdona. L'Ordine della Lombardia, no: infatti ieri ha ammollato al direttore tre mesi di sospensione (relativamente alla diffamazione a mezzo stampa a causa della quale egli si era già beccato 14 mesi, poi coperti dalla grazia). Con quale motivazione? A suo tempo il responsabile di Libero non pubblicò la smentita della persona diffamata. Una pena accessoria che ha dell'incredibile. Per una ragione: la rettifica che l'Ordine rimprovera ad Alessandro di non aver pubblicato, in realtà non gli pervenne, quindi non poteva divulgarla. In effetti il diffamato non la spedì alla redazione di Libero, ma la girò all'Ansa, che con quel quotidiano c'entrava come i cavoli a merenda.

Siamo dinanzi a un episodio imbarazzante. È normale che una corporazione professionale si accanisca su un iscritto già bistrattato dalla Giustizia (nell'ultimo mezzo secolo non era accaduto che un giornalista fosse privato della libertà per un articolo, scritto da altri, per giunta), agitando un pretesto che non sta in piedi né formalmente né sostanzialmente, visto che Sallusti è risibilmente accusato di non avere diffuso una smentita mai ricevuta?
Il comportamento dell'Ordine sul piano logico è incomprensibile. Probabilmente è ispirato a un sentimento negativo nei confronti del collega, che non riusciamo a decifrare, e proprio per questo ci inquieta. Siamo confortati soltanto dal fatto che la sospensione non è immediatamente esecutiva, poiché il sanzionato ha inoltrato ricorso. L'ultimo giudizio spetterà all'Ordine nazionale che ha sede a Roma, il cui presidente, Jacopino, è lo stesso che portò la propria solidarietà a Sallusti mentre costui era alla sbarra. Ma la coerenza esiste ancora?

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