La Germania e quel tabù rimosso per vent'anni

Sociologi e giornalisti confermano: fino agli anni Settanta di Olocausto non si parlava

La Germania e quel tabù rimosso per vent'anni

I tedeschi sono consapevoli delle colpe del regime nazista e la condanna del Terzo Reich è diffusa e capillare. Conoscere i fatti storici, tuttavia, è solo il primo passo per elaborare appieno l'entità dell'orrore e, da questo punto di vista, il lavoro non può dirsi del tutto compiuto. Certamente, più che altrove in Europa, le istituzioni tedesche onorano la memoria delle vittime dello sterminio. Il 2013 è stato segnato dalla Zerstörte Vielfalt (La diversità distrutta), una mostra policentrica sulle violenze e le deportazioni ai danni di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici o di semplici appassionati di jazz, entrati nel mirino della follia nazista. A settant'anni dall'avvento del Terzo Reich, il Senato di Berlino ha scelto la Zerstörte Vielfalt come «Tema dell'anno».

La consapevolezza di oggi, tuttavia, è il frutto di un lungo lavoro che ha attraversato coscienze e generazioni. Il nazismo ha regnato sulla Germania per «soli» 12 anni, ma alla fine della Seconda guerra mondiale, a differenza degli italiani, i tedeschi non si sono svegliati tutti antinazisti. «La prima generazione non ha negato l'orrore ma lo ha vissuto con una consapevolezza marginale e distaccata, senza un vero riconoscimento delle responsabilità», spiega al Giornale Irit Dekel, sociologa israeliana associata alla Humboldt Universität di Berlino. Dekel vede con chiarezza il differente atteggiamento degli eredi del nazismo, generazione dopo generazione: «La prima non parlava dello sterminio», che rimaneva quindi un tabù culturale, «mentre la seconda concedeva che fosse opera delle istituzioni ma non del popolo tedesco; la terza ammetteva che fosse responsabilità del popolo, “ma non di mio padre“». Fino agli inizio degli anni '70 il tabù era tutto emotivo.

«Dopo il '68 - le fa eco Korbinian Frenzel, caporedattore di Deutschland Radio e responsabile dei programmi culturali dell'emittente pubblica - l'Olocausto è entrato nelle scuole pubbliche. E proprio in quegli anni i giovani hanno chiesto ai loro padri “che cosa avete fatto?“ Ma è vero che prima del '68 non se ne parlava» prosegue Frenzel, secondo cui per decenni è rimasto un forte tabù emotivo. Sono state prima la tv - con la proiezione della miniserie Olocausto (1978) - e poi la cultura a smuovere le coscienze. Lo spiega ancora Dekel, approdata a Berlino dopo aver insegnato Didattica dell'Olocausto all'Università ebraica di Gerusalemme: «Un atto molto forte è stata l'organizzazione, nel 1996, di una mostra itinerante sulle Wehrmacht. Solo allora i tedeschi hanno capito appieno di quali orrori siano state capaci non solo le Ss, ma l'intero esercito nazionale». Scrittori, intellettuali e semplici rovistatori di bauli di ricordi di famiglia sono venuti a patti col trauma di discendere da un ex massacratore di bambini solo di recente. Per Dekel le generazioni future «sapranno che cosa è stato il nazismo». Eppure, conclude, «il lavoro delle istituzioni si porta dietro due gravi carenze: la prima è la cosiddetta “narrativa del carnefice“. Tutti conoscono il punto di vista di Anna Frank ma nessuno quello dello sterminatore quotidiano di ebrei. Una mancanza che ingenera la seconda: chi studia il nazismo oggi ha difficoltà a collegare gli orrori di ieri con quelli che succedono oggi nel mondo». Il gap emotivo non è stato ancora colmato.

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