Sulla piazza araba perde la democrazia

La folla che si è ribellata a Morsi è la stessa che lo sosteneva. Inutile sperare nel "lieto fine" democratico

Sulla piazza araba perde la democrazia

L'esercito ha dunque estratto Morsi dal palazzo, ha messo «sotto protezione» anche gli altri membri importanti della Fratellanza musulmana, ha occupato la comunicazione radiotelevisiva. Fa un effetto terribile vedere l'Egitto, culla, col grande Nilo, di una parte fondamentale della civiltà del genere umano il cui stereotipo è dentro ciascuno di noi, andare a pezzi. Perché proprio questo accade sotto i nostri occhi in queste ore, e nessuno si illuda: per ora non c'è in vista nessuna soluzione democratica. Le magnifiche sorti e progressive sono rimandate. L'esercito si farà da parte in favore del Consiglio popolare ad interim che ha annunciato, ma è chiaro che il governo di Morsi, più ancora che dalla folla rivoluzionaria, è stato spodestato dai generali, che hanno agito con senso di necessità per evitare stragi inutili. Tuttavia mentre le mayadin (le piazze) ondeggiano d'odio e si scontrano, mentre l'esercito cerca di controllare la situazione, noi ci inventiamo una storia a lieto fine, con i buoni, cioè i laici, che prendono il potere e cacciano i cattivi, cioè Morsi e i suoi islamisti.
La vera storia, però, è quella di un fallimento ulteriore della democrazia elettiva, del rigetto popolare per un uomo mediocre che appena insediato ha prevalentemente lavorato per la sua organizzazione, i Fratelli musulmani, e ha sistemato i suoi in tutte le posizioni di rilievo, lasciando fuori chiunque altro. È la storia di un leader incapace che non ha mai detto la parola «tecnologia» od «occupazione» in un Paese in bancarotta per paura che si trasformasse in una lode della modernità e i suoi sceicchi sunniti lo biasimassero. Morsi ha risvegliato la lava di un odio che nel Paese ha sobbollito in mancanza di sfogo democratico, di stampa libera, di occupazione...
Nel 1952 un colpo di Stato militare cercò di metter fine a un ordine sovrano in cui regnava il nepotismo, e lasciò in eredità la dittatura. Le sue classi dirigenti erano e sono rimaste egoiste, mitomani come Nasser, incapaci di combattere la corruzione e l'impoverimento. L'Egitto, con Nasser, poi con Sadat ucciso dai suoi, poi con Mubarak esautorato da folla ed esercito, e ora con Morsi, un uomo grassoccio e di misera favella, ha sempre avuto come nemici interni tutti quelli che non fanno parte del privilegio del potere. Morsi è diventato in un anno lo spauracchio di metà dell'Egitto: ha avuto un momento di gloria quando il generale Tantawi abbandonò l'interregno post Mubarak, e lasciò a lui il potere conquistato con le elezioni, dando alla gente un'illusione di democrazia. Ma questa parola non funziona per l'Egitto. Il professor Bernard Lewis ha affermato che le elezioni non sono un punto di partenza, ma un punto di arrivo. Adesso, si scrive che gli islamisti sono stati democratici ma non liberali, ma che i liberali non sono democratici, tanto che stanno rovesciando un governo eletto. Di fatto, la stessa folla che ha rovesciato Mubarak e inneggiato a Morsi con le varie vite di Piazza Tahrir (i blogger con i blue jeans, il clerico sunnita Al Qaradawi che li sbatte fuori portandovi un milione di rivoluzionari islamisti, la violenza sessuale a una giornalista proprio in piazza) è di nuovo là contro Morsi, infuriata... Si è comportato come un delegato della Fratellanza, dice la folla, infischiandosene dell'Egitto. Ma le stesse due fazioni dei nazionalisti (ex Mubarak) e degli islamisti sono pronte a scontrarsi al loro interno, a conglomerarsi con altri gruppi. In piazza contro Morsi c'è anche il gruppo ultrareligioso Al Nour, sei ministri del suo governo compreso il ministro degli Esteri sono contro di lui, la polizia, da sempre violenta e corrotta, con i rivoluzionari, ha rimosso i blocchi di cemento davanti al palazzo presidenziale. È la scena dell'impossibile mosaico mediorientale che si forma e si disfa. Le due parti hanno in comune solo l'odio per Obama e il Mossad. La folla ruggiva ieri per le strade, a osservare la vicenda da Gerusalemme era commovente ascoltare per radio gli intervistati che in ebraico perfetto dichiaravano di voler vivere in un Paese normale. Mentre l'esercito, per l'ennesima volta, prende il posto del faraone che dovrà affrontare il grande Paese del Nilo, sperando nel favore degli dei.

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di Fiamma Nirenstein