Tangenti rosse, la prescrizione salva il Pd

Cade l'accusa di concussione al processo sull'area Falck di Sesto. Secondo i pm le mazzette sarebbero finite al partito

L'ex presidente pd della Provincia di Milano Filippo Penati
L'ex presidente pd della Provincia di Milano Filippo Penati

Milano - Da ieri il grande scandalo del «sistema Sesto» è un po' meno grande, e non perché un tribunale abbia smontato le prove raccolte in quasi due anni di indagini dalla Procura di Monza. No, ad azzoppare il processo è arrivata la prescrizione, scattata il 17 febbraio scorso e ratificata da un giudice per le udienze preliminari, che ha dichiarato estinto il reato di concussione per il presunto vortice di tangenti legato al recupero delle aree ex Falck e Marelli di Sesto San Giovanni, il più imponente intervento di riqualificazione industriale in Europa, e per il quale sarebbero volate mazzette milionarie a partire dal 2000. Un'era giudiziaria fa, un tempo irrecuperabile dopo l'entrata in vigore del nuovo decreto anticorruzione.

Certo, restano in piedi altri episodi. Il Sitam - il Sistema integrato dei trasporti dell'area milanese - le consulenze della Codelfa e la terza corsia dell'autostrada Serravalle. Ma il pezzo pregiato dell'indagine, quella grande mangiatoia per i politici e gli affaristi che a Sesto sedevano allo stesso tavolo, è passato in cavalleria. E così escono dal processo alcuni personaggi enigmatici legati alle coop rosse, tutti piombati come falchi nell'ex Stalingrado d'Italia: da Gianpaolo Salami (professionista ravennate) a Francesco Aniello (avvocato siciliano), titolari di due società - la Fingest di Modena e la Aesse di Ravenna - a cui il costruttore Giuseppe Pasini (proprietario delle aree Falck) avrebbe versato 2 milioni e 400mila euro in false consulenze. Secondo i pm, tangenti finite ai Ds. E poi Omer Degli Esposti, vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruttori. E si alleggeriscono anche le accuse contro Giordano Vimercati, ex braccio destro di Filippo Penati, che aveva scelto il rito immediato ed entrerà in un'aula di tribunale il prossimo 13 maggio assieme all'ex segretario della Provincia di Milano Antonino Princiotta. La loro posizione, con ogni probabilità, sarà unificata con quella degli altri imputati: oltre a Vimercati, si ritroveranno nella stessa aula anche l'imprenditore Piero di Caterina, Bruno Binasco (membro del cda di Codelfa), Norberto Moser (ad di Codelfa), il consulente della Milano-Serravalle Renato Sarno (ritenuto dai pm il «collettore delle tangenti» per conto di Penati), l'amministratore delegato e il dirigente della società autostradale Massimo di Marco e Gianlorenzo de Vincenzi. Ma la prescrizione per gli stessi reati è scontata anche per Penati.

E non è finita. Perché il gup ha anche dichiarato l'incompetenza territoriale sulla vicenda del finanziamento illecito ai partiti e di «Fare Metropoli», l'associazione fondata da Penati in vista della sua campagna elettorale del 2009 e del 2010, e alla quale sarebbero stati versati illegalmente 360mila euro. Da Monza, dunque, sono stati trasmessi a Milano gli atti relativi a 10 persone, tra cui l'ex banchiere Massimo Ponzellini e diversi imprenditori. E spiccano i nomi del pugliese Enrico Intini e Roberto De Santis, amici di Massimo D'Alema (con cui condividono la passione per la barca, a partire dalla «Ikarus»), e protagonisti nelle inchieste sulla sanità pugliese in salsa Pd. Un nuovo giudice, ora, dovrà valutare l'enorme materiale probatorio presentato dai pm. E altro tempo passerà.

È la montagna che partorisce il topolino? Forse, ma non è detto. Perché se è vero che lo scandalo delle aree ex Falck e Marelli - stilema tutto italiano degli intrecci paludosi fra imprenditoria e politica - non avrà conseguenze giudiziarie, è vero anche che un altro filone di indagine - ancora aperto - turba i sonni della sinistra. L'ombra è quella dell'affaire Serravalle, il cui 15% venne acquistato nel 2005 dalla Provincia di Milano a guida Penati, e pagato a Marcellino Gavio la bellezza di 260 milioni di euro, garantendo al costruttore una plusvalenza «monstre» da 179 milioni. Che fine fecero quei soldi? In parte, secondo i pm, finanziarono la tentata scalata di Unipol alla Bnl, e in parte garantirono risorse alla cassa dei Democratici. Insomma, l'acquisto della Serravalle sarebbe stata un'operazione criminale, che portò ad arricchire un privato (Gavio) e a finanziare sottobanco un politico e il suo partito. Non più «sistema Sesto», dunque, ma «sistema Pd».