Tasse infinite: sul ceto medio è accanimento

Dall'inasprimento fiscale di Monti e Letta al credit crunch: il motore economico del Paese è rimasto senza benzina. Spetta alla politica dare risposte: stop a burocrazia e rigore Ue

Tasse infinite: sul ceto medio è accanimento

Nasce come Movimento 9 dicembre; marcia su Roma il 18 dicembre ed è flop. Ha avuto vita breve la protesta dei cosiddetti forconi, ma, al di là della durata, gli accadimenti di quei 9 giorni hanno suonato la sveglia alla classe politica italiana. Hanno dato la rappresentazione plastica del disagio economico, sociale, politico e di rappresentanza nel nostro Paese. Sono andati alla fine a farsi dare la benedizione dal Papa, ieri all'Angelus. E Francesco ha raccomandato di rinunciare alla violenza, ma ha chiesto alla politica delle risposte a questo che è un disagio di massa, che deriva da 5 anni di crisi, da 3 anni di recessione, da 20 trimestri di bassa crescita. Qualcosa che una gran parte di cittadini, famiglie e imprese non riesce più ad affrontare.
Vittime di guerra Una crisi che è stata definita «peggio di una guerra». A ragione, Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, ha guardato al di là dell'orizzonte delle grandi imprese e dei loro dipendenti, e ha indicato quello che indichiamo da tempo: i danni di guerra e l'insostenibile leggerezza del governo Letta. Nonostante (per la vulgata) il governo Berlusconi abbia distrutto l'Italia, fino al 2011 con le manovre e le riforme proprio di quell'esecutivo, l'economia reale aveva tenuto. È dal 2012 che le politiche economiche totalmente sbagliate, giustificate dall'imbroglio dello spread, hanno distrutto la classe dinamica, forte e produttiva del nostro Paese: quella dei liberi professionisti, dei lavoratori autonomi, dei piccoli imprenditori, degli artigiani e dei commercianti, di chi rischia stando sul mercato, nei settori esposti alla concorrenza. Per questo mi sono chiesto: quanti e chi sono gli italiani che più hanno subìto la crisi? Quali sono le categorie più colpite? In quali aree geografiche si concentrano? Quali risposte toccano alla politica?
Dove spuntano i forconi Qual è il mondo di cui i forconi sono stati l'escrescenza rumorosa e furente? Quelle che sono scese in piazza non sono state le avanguardie di gente assai più numerosa. Ne sono state le espressioni più disperate, ma senza che la massa da cui provengono riconoscesse in loro e nei loro capi una leadership. Questa massa è fatta da persone che conosco bene. Perché ne fanno, ne facciamo parte. Sono nostri, e noi apparteniamo a loro.
Li conosciamo bene. Sono i negozianti di vicinato, quelli che hanno osato mettersi in proprio, sono gli artigiani e i piccoli imprenditori del tessile, della meccanica, quelli del comparto edile. Sono stati rapidamente e senza potersi difendere messi ai margini della vita economica. Ai margini del processo produttivo e della considerazione sociale, dopo essere stati a lungo identificati come i migliori interpreti del modello italiano. Berlusconi ha avuto il coraggio di chiamarli con un nome politicamente poco corretto: borghesia, pensata dalla sinistra come osso da spolpare. Il ceto medio, la classe medio e piccolo borghese, che non sono categorie economiche, ma esistenziali. È il ceto medio colpito quattro volte: 1) dal vertiginoso calo del reddito disponibile, iniziato con l'adozione dell'euro e proseguito con la politica economica restrittiva e l'inasprimento fiscale dei governi Monti e Letta; 2) dalla perdita di valore del patrimonio, specie quello immobiliare. Per le imprese, dalla perdita di valore degli «avviamenti», vale a dire l'insieme dei beni dell'azienda e la clientela, ridotta a causa del grave calo dei consumi; 3) dal credit crunch e dalle banche che hanno chiuso i rubinetti del credito; 4) dal fatto che i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti non ricevono sussidi e sono costretti a vendere i «gioielli di famiglia».
I numeri del ceto medio Secondo i dati del Censis, dal 2009 a oggi il sistema produttivo italiano conta 83.000 imprese in meno, di cui 33.000 nel solo settore manifatturiero. La produzione industriale è di 4 punti percentuali sotto i valori del 2008 e quella manifatturiera è addirittura sotto di 6 punti. Negli ultimi 4 anni, il credito alle imprese ha subìto una contrazione del 4%: riduzione imputabile anche ad un crollo della domanda di liquidità, causato dalla recessione. I consumi delle famiglie, infine, sono tornati a livelli inferiori rispetto al 2000. E se il Centro-Nord Italia cerca di riprendere la rincorsa, magari proiettando il proprio sistema produttivo sui mercati esteri, il Sud Italia aumenta la propria distanza dalle aree più sviluppate del Paese. Sempre secondo il Censis, i sentimenti prevalenti nelle famiglie italiane sono la rabbia, la paura e l'incertezza. Nella seconda metà del 2013, il 30% delle famiglie guarda al futuro con un grande senso di smarrimento, mentre nel 2010 questa percentuale sfiorava appena il 13%.
La risposta più diffusa a questa situazione è stata quella di contenere le spese, allontanando, pertanto, anche per il 2014, qualsiasi prospettiva di ripresa dei consumi, ormai ai minimi. Con un potere d'acquisto ridottosi della metà per effetto dell'euro e logorate da cinque anni di crisi che ha prosciugato il risparmio accumulato in precedenza, le famiglie non hanno più liquidità per effettuare acquisti e le imprese sono costrette a chiudere. Sono 10.000, secondo i dati del Cerved, le imprese chiuse nei primi 9 mesi del 2013 e 60.000, secondo Confesercenti, i negozi chiusi nei primi 10 mesi dello stesso anno. Questi fallimenti hanno portato il numero dei senza lavoro alla cifra record di 6 milioni, tra disoccupati e inattivi.
Il disagio strutturale parte dalle periferie metropolitane (dati Istat) e dalla crisi delle piccole imprese di servizio (Censis su dati Infocamere). Chiudono le piccole e medie imprese delle città intermedie (da 50.000 a 250.000 abitanti) e crollano i redditi nelle professioni regolamentate (-11,41%, dati Adepp: Associazione degli Enti Previdenziali Privati). La crisi pesa soprattutto sui lavoratori autonomi con ruoli e funzioni di carattere professionale, mentre mostra ancora qualche margine di tenuta il lavoro parasubordinato regolato da contratti di collaborazione. Sono il 24,8% (Istat) le persone in «condizioni di deprivazione materiale», di cui il 40,1% nel Mezzogiorno.
Il ruolo della politica Chi sa leggere questa crisi e ne conosce le vittime (il ceto medio) ha in mano la responsabilità di dare un futuro all'Italia. Tocca alla nuova politica, cioè a noi, e a chi si voglia alleare con noi, difendere questo ceto medio in crisi.
In concreto la politica deve elaborare proposte e soluzioni a misura di quel disagio e del patrimonio ideale ancora intatto di questa gente nostra. Sono i valori del lavoro e del rischio, del coraggio di intraprendere e della soddisfazione di dare lavoro e di procurare benessere alla propria famiglia, ma anche ai propri collaboratori. Basta con questa Europa a trazione tedesca, del rigore sordo e cieco, sì alle 4 unioni, bancaria, economica, politica e di bilancio, sì agli eurobond. E per l'Italia meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse, meno burocrazia, meno regole.
Bene Renzi, meglio Forza Italia Ieri abbiamo letto sui giornali il piano per l'occupazione di Matteo Renzi. Sembra quasi il programma che Berlusconi ha presentato alle ultime elezioni. Più lavoro per i giovani, meno precarietà, più flessibilità, più mobilità, salari migliori, più contrattazione aziendale, ammortizzatori sociali universali ma responsabilizzanti, più trasparenza, meno sindacato conservatore, più partecipazione dei lavoratori ai profitti dell'impresa, meno tasse sul lavoro, meno tasse sulle imprese. Se le proposte di Renzi sono davvero queste, se veramente il neosegretario Pd vuole perseguire questi obiettivi, allora diciamo: Forza Renzi, Forza Italia. Siamo pronti al dialogo più che mai costruttivo.
Come capiremo se Renzi fa sul serio? Basterà osservare con attenzione la reazione della Cgil e di tutti gli altri confederati di sinistra. Se Camusso e compagni attaccheranno il piano lavoro del segretario Pd allora vorrà dire che va nella giusta direzione e che potrà esserci un reale confronto. Il ceto medio ha bisogno di trovare la sua casa dove l'ha progettata e costruita negli anni Silvio Berlusconi. Noi popolo di Forza Italia e dei Club Forza Silvio, noi eletti di Forza Italia, ci siamo, e siamo - grazie alla presenza forte e serena di Berlusconi, che incredibilmente ha ancora il sole in tasca - una possibilità, forse la sola, perché con il ceto medio risorga l'Italia.

segue a pagina 8

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