Teste chiave mai sentita. La revisione del processo è l'ultima strategia legale

Gli avvocati del Cav pronti a chiedere a Brescia di riscrivere la storia dell'inchiesta

Teste chiave mai sentita. La revisione del processo è l'ultima strategia legale

A nche se non si fa grandi illusioni sulla voglia dei giudici di Brescia di mettersi in rotta di collisione con i giudici di Milano, Berlusconi ci vuole provare. L'obiettivo del Cavaliere resta quello di scrollarsi di dosso con un colpo di scena finale l'abito che gli è stato cucito addosso dalla magistratura milanese, con le sentenze di primo grado e d'appello, confermate dalla Cassazione: l'abito dell'evasore, pronto a frodare il fisco e a svuotare le casse della sua stessa azienda. E quindi si attacca all'unica chance che il codice prevede per la retromarcia su una sentenza definitiva: la revisione del processo, la misura eccezionale che consente di rifare un processo se emergono fatti nuovi.

Spesso, per chiedere le revisioni dei processi, gli avvocati si arrampicano su semplici riletture di quanto già emerso. Invece stavolta secondo Berlusconi e i suoi legali il fatto nuovo c'è: l'affidavit, ovvero la dichiarazione giurata, di Dominique Appleby, già stretta collaboratrice di quel Frank Agrama che per i giudici milanesi era il socio occulto del Cavaliere, quello che spartiva con lui la «cresta» accumulata gonfiando i prezzi dei film da vendere a Mediaset.

L'esistenza dell'affidavit era stata resa nota dallo stesso Berlusconi durante una conferenza stampa nel novembre scorso, presentata come l'asso nella manica in grado di riaprire giochi giudiziari che apparivano chiusi. L'intenzione annunciata dall'ex premier era quella di porre la deposizione della Appleby alla base della richiesta di revisione del processo per i diritti tv, che per legge va esaminata da una Corte d'appello diversa dalla Corte che ha celebrato il primo processo. Nel caso di processi milanesi, la competenza è a Brescia. Da sempre, a parte il caso di Antonio Di Pietro, la magistratura bresciana ha evitato di mettersi in rotta di collisione con le toghe milanesi. Anche per questo Berlusconi non si illude sul successo. Oltretutto, a indurre il Cavaliere al pessimismo c'è la biografia del magistrato che siede ai vertici della Corte d'appello bresciana: Grazia Campanato, fin dagli anni Ottanta schierata con Magistratura democratica, il raggruppamento delle «toghe» di sinistra che Berlusconi considera il centro nevralgico delle manovre ai suoi danni. La Campanato sedeva nel board del Centro di documentazione «Mario Barone», uno dei think tank di Md.

Anche per questo, forse, l'istanza di revisione non è stata ancora ufficialmente presentata. Ma è possibile anche che Berlusconi voglia tenersi in serbo questa chance per usarla solo se la richiesta di affidamento che verrà discussa oggi venisse rifiutata, e per lui scattassero gli arresti domiciliari.
A quel punto, l'affidavit della Appleby tornerebbe centrale. A partire dalla genesi del personaggio, che giura di avere lavorato dall'interno delle società off-shore Harmony e Wiltshire che per le sentenze milanesi erano delle scatole vuote, dei passaggi fittizi utili solo a gonfiare strada facendo il prezzo dei film, e che invece la manager descrive come pienamente operative. La Appleby esclude che l'ombra di Berlusconi si sia mai stagliata dietro queste società: «Durante i sette anni in cui lavorai nell'Agrama Group non una sola volta vidi o sentii Berlusconi. Berlusconi non visitò gli uffici dell'Agrama Group, non partecipò a cene, non fece telefonate. E nemmeno vidi alcuna comunicazione scritta a Berlusconi o da Berlusconi».

L'unico modo per ritenere insufficiente la deposizione della donna a riaprire il processo (all'indomani della conferenza stampa di Berlusconi, il Fatto quotidiano sostenne che le dichiarazioni della Appleby erano false perché dicevano il contrario di quanto scritto nella sentenza di condanna: ma questo è proprio il motivo per cui secondo Berlusconi sono rilevanti) è dichiarare inattendibile la ex manager: che, in quanto collaboratrice di Agrama, potrebbe avere interesse a smontare le tesi dell'accusa. Peccato che Agrama si sia invece arrabbiato assai leggendo le dichiarazioni della Appleby, che lo scagionano per i rapporti con Berlusconi ma lo accusano comunque di avere gonfiato i prezzi dei film, spartendo il surplus con Daniele Lorenzano e Bruce Gordon, manager rispettivamente di Mediaset e di Paramount. Come spiegò l'avvocato della Appleby al Wall Street Journal: «Non ha mai ricevuto da Berlusconi né denaro né altri vantaggi. La sua unica motivazione nel sottoporre volontariamente l'affidavit ai legali di Berlusconi è per rimediare l'ingiustizia che avverrebbe se Berlusconi si trovasse costretto a pagare per un delitto che lei crede non ha commesso». Esattamente quanto potrebbe accadere oggi.

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