Il tribunale certifica il monopolio coop: affiliate ai democratici

Assolti gli autori di un libro che aveva messo sotto accusa la società Hera, simbolo del sistema collegato agli ex Ds

Il tribunale certifica il monopolio coop: affiliate ai democratici

Roma - Hera monopolista e collaterale ai Ds? Sono i fatti che lo dimostrano. La sentenza è firmata dal tribunale di Milano, il pronunciamento è del 9 agosto scorso. Un verdetto che trasforma in un vero e proprio boomerang una causa intentata dall'azienda multiservizi emiliano-romagnola - un colosso da 5 miliardi di euro di fatturato, storicamente vicina al Pds-Ds nella sue diverse denominazioni - ai danni della Mondadori, di Renato Brunetta (nella foto), Andrea Pamparana; Rodolfo Ridolfi; Giorgio Stracquadanio e Pietro Calabrese per la pubblicazione in allegato con Panorama del libro «Il capitalismo in rosso - Indagine sulle Coop».

L'economista veneziano, poi ministro per la Pubblica amministrazione e per l'innovazione, era stato chiamato in causa in quanto autore della prefazione del volume mentre Calabrese era direttore del settimanale ai tempi della pubblicazione, risalente al febbraio 2006. In particolare a Brunetta veniva imputata un'affermazione precisa: quella in cui l'attuale responsabile economico del Pdl affrontava «le ragioni che hanno portato settori importanti del movimento cooperativo legato ai Ds a diventare strumento della costruzione del “capitalismo rosso”, una degenerazione partitica dell'economia cooperativa».

E ancora: «Il sistema Legacoop è tutt'altro che buonista e ha ben poco a che fare con la sua origine solidaristica. È piuttosto un mostro economico, un esempio da manuale di collateralismo tra politica e affari, un caso gigantesco di conflitto di interessi che vede in un ruolo chiave il maggior partito politico della sinistra: i Ds». Gli altri autori venivano invece chiamati in causa per la descrizione del «sistema di partecipazioni regionali strettamente intrecciato con il sistema politico locale dell'Emilia Romagna, nuova forma di monopolio pubblico dell'economia».

La richiesta di risarcimento avanzata da Hera era stata di 550.000 euro. Ma questa domanda è stata rigettata con tanto di condanna per la «parte attrice» al rimborso delle spese di lite e dei compensi legali per complessivi 21mila euro.

Le motivazioni? Le ragioni dell'accusa appaiono al tribunale manifestamente infondate. Innanzitutto in merito all'eliminazione di ogni forma di concorrenza, il giudice richiama un parere dell'Antitrust sulla gestione dei servizi idrici e dei rifiuti urbani nell'Ato di Ravenna. «È stata la stessa autorità garante della Concorrenza a riscontrare distorsioni sottolineando “il mantenimento di gestioni di servizi in salvaguardia per periodi anche estremamente lunghi e tali da permettere il perdurare di situazioni di monopolio con conseguente creazione di ingiustificate rendite di posizione”. Fonte ufficiale ha quindi avanzato un rilievo in ordine alla distorsione del normale confronto concorrenziale». Inoltre il giudice Angela Bernardini sottolinea come i rilievi avanzati dagli utenti-consumatori all'Adiconsum abbiano più volte «lamentato l'esosità e l'assenza di trasparenza di Hera». Infine sui rapporti con i partiti, «la visura camerale avalla l'affermata componente politica di Hera».

Una somma di circostanze che porta il giudice a concludere così: «Tanto sta a dimostrare che legittimamente gli autori potevano ritenere la verità dei fatti affermati», attraverso espressioni che «non risultano travalicare i limiti della continenza formale». Come dire che per la super-utility la causa si è trasformata in una sconfitta su tutta la linea. «È una sentenza importante» commenta Rodolfo Ridolfi «perché sancisce il fallimento del tentativo di mettere il bavaglio alla critica attraverso l'arroganza delle querele. Quello che dispiace è che questa pratica intimidatoria alla fine venga pagata dai cittadini».

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