Gli ultrà milanisti, condannati, non gli hanno mai versato un centesimo

Gli ultrà milanisti, condannati, non gli hanno mai versato un centesimo

Milano«’Sto pezzo di merda, ’sto scemo». Era il maggio di tre anni fa, e in tribunale un giovane uomo si trovava faccia a faccia con la banda di criminali-tifosi che gli avevano rovinato la vita. Lui, Virgilio Motta, tranquillo padre di famiglia, con l’unica colpa di essere interista. Loro - rasati, tatuati, muscolosi, truci - gente dei «Guerrieri», il club con agganci nella malavita che ha fatto terra bruciata nella curva del Milan. In aula scorrevano i filmati dello stadio San Siro dove si vedeva il capo ultrà, Luca Lucci, sfondare con un pugno terrificante il bulbo oculare di Motta, colpevole di avere strappato uno striscione. Immagini crude. Ma in aula le teste rasate ridevano tra di loro, e insultavano la loro vittima.
L’altro ieri Virgilio Motta, tre anni dopo, si è impiccato in casa a Milano. Dei 140milaeuro che i «Guerrieri» erano stati condannati a risarcirgli per averlo reso orbo, non gli era arrivato nulla: e alla fine si era rassegnato ad accettare la promessa di avere tra dieci o quindici anni meno della metà di quella somma. Del derby del 15 febbraio 2009 gli era rimasto solo quell’occhio spento e l’arroganza dei suoi aggressori.
Nessuno saprà quali legami ci siano tra quel pugno e la morte, oggim, di Motta: ma di sicuro, la depressione in cui era crollato questo ragazzone allegro inizio allora. E nessuno saprà mai quanto pesi la paura dei «Guerrieri» nel convincere ieri la famiglia di Motta a chiudersi nel dolore e nel silenzio, senza accusare nessuno per la tragedia.
Motta era uno dei leader della «Banda Bagaj», il club più allegro e scanzonato della tifoseria interista e, per questo, inviso agli ultrà di tutte le parrocchie. Da sempre, i «Bagaj» stanno lontani anche fisicamente dai club delle curve, con le loro simbologie belliche e i loro saluti romani. Ma quella sera, al derby, il loro striscione al primo anello si trovò proprio sotto al settore dei «Guerrieri». Dall’alto venne calato uno striscione rossonero, da sotto qualcuno lo afferrò, e tira tira lo striscione si strappò. Per i «Guerrieri», un oltraggio da vendicare col sangue. La spedizione punitiva partì immediata, scavalcando senza fatica i sistemi di sicurezza. Uno steward neanche li guardò, intento a succhiare un chupachupa. I «Bagaj» se li videro venire addosso come furie, facendosi largo tra donne e bambini.
In quella squadraccia c’erano gli uomimi che hanno colonizzato la curva rossonera, sloggiandone in fretta i club storici, per impadronirsi del business del «fumo» , dei biglietti, delle trasferte. È il clan che è stato accusato dalla Procura milanese di avere ricattato la stessa società rossonera, e che è sospettato di agguati e pestaggi le cui vittime saggiamente, hanno sempre rifiutato di sporgere denuncia. E più di un filo collega questi giri al mondo della criminalità organizzata. Nomi identici ricorrono nelle inchieste sulla curva sud e nelle indagini sulle famiglie mafiose che controllano le notti milanesi. Quando vennero condannati per l’aggressione a Virgilio Motta, la donna di uno di loro si piantò a un metro dalla vittima e gli urlò: «Infame, verme, bastardo, spero che i centoquarantamila euro te li spendi tutti in medicine». È andata a finire ancora peggio.

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