Un'altra italiana ferita con l'acido

MilanoForse non farà la fine di Lucia Annibali, già operata più volte. Ma è stata ferita, è terrorizzata dalla paura. E, probabilmente, per un pezzo non sarà più la stessa. La banda di 4 albanesi assoldata dall'ex fidanzato per «punire» l'avvocatessa 31enne di Urbino sfregiandole il volto e il corpo con l'acido muriatico a Pesaro il 10 aprile scorso, da ieri ha purtroppo un nuovo emulo. Dopo l'infermiere sfigurato il 30 aprile a Roma dalla fidanzata lasciata tempo fa e che lo molestava già da un pezzo, ieri è toccata a una milanese, una cassiera italiana di 32 anni incinta di due mesi di due gemelli. Una vicenda dai contorni ancora oscuri. Un gesto che, se non emergeranno particolari nuovi e inquietanti, potrebbe essere opera di un folle. La giovane vittima, infatti, ha visto in faccia il suo aggressore. Che l'ha avvicinata a bordo di uno scooter, per strada, cogliendola di sorpresa, per poi tirarle in faccia una sostanza caustica (acido o soda ancora non si sa) e sparire poi a tutto gas. Tuttavia quel tizio sui cinquant'anni lei, che convive con il compagno da una decina di anni, sostiene di non averlo mai visto prima.
Samantha F. ieri mattina aveva appena parcheggiato la sua auto davanti all'ospedale di Cuggiono, un paese a 25 chilometri a ovest di Milano. Mancavano pochi minuti alle 9 quando la donna, che doveva sottoporsi a degli esami di controllo per la gravidanza, è scesa dalla vettura. Stava avvicinandosi all'entrata principale dell'ospedale - che si trova proprio davanti alla stazione dei carabinieri - quando ha notato un uomo che, alla guida di uno scooter nero di grossa cilindrata, le andava incontro stringendo in mano qualcosa. Samantha ha fatto in tempo a vedere il viso del suo aggressore, che indossava un casco semi integrale, lo ha guardato negli occhi per capire cosa volesse, per comprendere la ragione che lo spingeva ad avvicinarsi così tanto. Una questione di secondi, una manciata di attimi tra l'incredulità e la sorpresa. Il gesto dell'uomo che alza la mano in cui tiene una bottiglietta, come se la volesse lanciare contro il volto della poveretta, è fulmineo. E dopo quel momento Samantha sente solo un dolore lancinante all'occhio sinistro, alla guancia e comincia a chiamare «aiuto». Attirati dalle sue grida alcuni passanti le vanno incontro, cercano di aiutarla. Pazienti e infermieri dell'ospedale la trascinano all'interno, la sorreggono per portarla verso il pronto soccorso. Alla fine l'entità delle bruciature si rivelerà molto meno grave di quanto temuto in un primo tempo. Ieri alle 16 Samanta è stata dimessa con ustioni di secondo grado all'occhio e al volto e ne avrà per una ventina di giorni. La sua testimonianza per i carabinieri - che stanno visionando i filmati delle telecamere posizionate all'ingresso dell'ospedale e davanti alla loro caserma - è stata preziosa. Anche se sono le parole di una donna ancora in preda alla paura cieca di chi è in pena per sé e per i figli in arrivo.
La vicenda conferma che lo spettro di un gesto che, fino a poco tempo fa, apparteneva solo all'immaginazione e ad altri mondi lontanissimi come l'Iran o la Russia, dove spesso gli esseri umani non sono considerati tali, sta diventando una terribile realtà con cui confrontarsi anche nel nostro paese.

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