La vera Apocalisse è ritornare uomini

Sarebbe bello che la paura della fine (che non ci sarà...) ci facesse trovare un nuovo senso della vita

La vera Apocalisse è ritornare uomini

Pur non essendo vecchio come Matusalemme, questa non è la mia prima fine del mondo. Nel 1957, per coincidenza proprio l'anno in cui sono nato, usciva il libro L'ultima spiaggia, di Nevil Shute. In quel romanzo si descrivevano una guerra nucleare globale e gli ultimi superstiti dell'umanità, che in Australia attendono che il fallout mortale li raggiunga. Ne venne tratto un film ancora oggi bellissimo, dallo stesso titolo. L'ho visto da bambino, e ho ancora impressa nella memoria alcune scene, girate nel favoloso bianco e nero di Giuseppe Rotunno: Gregory Peck, Ava Gardner, Anthony Perkins, ognuno a modo suo intento a conservare la propria umanità individuale di fronte alla morte dell'umanità intesa come entità collettiva. Le loro scelte coraggiose avevano una dignità antica, quasi incomprensibile ai giorni nostri.
Il personaggio che mi è rimasto più nel cuore di quel film è il fisico nucleare Julian Osborne, interpretato da Fred Astaire, che organizza un Gran Premio d'Australia i cui concorrenti gareggiano senza badare alla propria sicurezza, tanto che durante la corsa muoiono tutti, tranne lui. Mi rimarrà impresso per sempre il gesto amorevole con cui Astaire appende alla sua vecchia Ferrari da corsa la targa da vincitore e poi la copre con un telo bianco, prima di togliersi la vita. Si può imparare lo stoicismo da un film? Direi di sì. Con me, almeno, ha funzionato. In caso di un'apocalisse vera so come comportarmi.
Da allora, dall'incubo nucleare dei primi anni '60, abbiamo conosciuto altri momenti in cui la fine del mondo sembrava a un soffio da noi. Avevo sei anni durante la Crisi di Cuba, e dieci quando scoppiò in Israele la Guerra dei Sei Giorni. I tamburi dell'Apocalisse hanno battuto forte quella come altre volte, minacciando la fine dell'umanità (la fine del mondo, secondo me, è un'altra cosa). Le bombe atomiche sono sempre state in pole position fra le nostre paure, ma non sono mancate minacce da parte di asteroidi come Apophis, nel 2004, o di malattie come la Sars, Severe Acute Respiratory Syndrome, che nel 2003 fece impazzire il mondo. Mi ricordo un episodio su tutti: il padiglione del Canada, paese ospite del Salone del Libro di Torino in quell'anno, attirava pochissimi, temerari visitatori, perché in Canada si erano registrati alcuni casi di Sars. Giravamo con le mascherine sul viso, ci si puliva le mani più di un orsetto lavatore, e se qualcuno vicino a te tossiva svenivi dalla paura. Potevi rapinare una banca sventolando un kleenex usato.
Prima ancora, anche se tutti si vergognano troppo per nominarla, c'era stata la grande paura del Millennium Bug, una presunta emergenza che secondo alcuni avrebbe prodotto, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999, conseguenze catastrofiche, a causa di un difetto (un bug, appunto) nei sistemi operativi dei computer. Su questa paura apocalittica vennero scritti un sacco di saggi e di (brutti, bruttissimi) romanzi. Ovviamente il fatidico 1° gennaio 2000 arrivò e il mondo non finì, se non in un episodio dei Simpson, quello in cui Homer dimentica di rimuovere il bug dai computer della centrale nucleare di Springfield causando l'apocalisse mondiale e costringendo l'umanità ad abbandonare la Terra.
I toscani ricorderanno invece l'incubo di un'epidemia di encefalopatia spongiforme bovina, la cosiddetta malattia della «mucca pazza» che nel 1995 portò a un embargo durato dieci anni delle carni provenienti dal Regno Unito e mise al bando per anni la mitica bistecca fiorentina. Ci fu chi, a quel tempo, scrisse romanzi apocalittici in cui l'Inghilterra diventava una landa deserta, avvolta dal fumo denso delle pire su cui bruciavano migliaia, milioni di animali e di esseri umani. Io li colleziono, quei romanzi, come colleziono quelli sul Millennium Bug. É un modo scaramantico per esorcizzare la paura, ma anche per ricordarci che razza di creduloni siamo stati, e siamo tutt'oggi, visto che c'è ancora qualcuno che prende sul serio i profeti dell'estinzione globale, mettendo in bocca ai sacerdoti Maya previsioni che quasi sicuramente non si sono mai sognati di fare e che altrettanto sicuramente non si avvereranno.
D'altra parte le previsioni apocalittiche non sono in fondo degli oroscopi collettivi? Se certe persone impostano la loro vita sulla base dei segni zodiacali e dei pianeti, perché non potrebbe farlo l'umanità? E poi ammettiamolo, nelle nostre esistenze i giorni scorrono senza grosse emozioni, uno uguale all'altro: un conto alla rovescia aggiunge pepe alla vita, dà (o dovrebbe dare) un nuovo senso a ogni giorno, a ogni ora, a ogni battito del cuore.
30 giorni alla fine del mondo. 720 ore. 43.200 minuti. 3.000.000 di battiti del cuore. Sarebbe bello che la paura della fine ci facesse trovare un nuovo sapore, un nuovo senso, in ognuno di quei battiti. E chissà che per qualcuno non sia proprio così. Glielo auguro. Personalmente, mi ostinerò a vivere come sempre. Non correrò il Gran Premio d'Australia. Continuerò a pensare che dopo il Giorno dell'Apocalisse ci sarà un altro giorno, e allora per dar corpo ai nostri incubi dovremo inventarci qualcos'altro. Continuerò, insomma, a gridare che il mondo non finirà il 21 dicembre di quest'anno.
Tanto, anche se dovessi sbagliarmi, non ci sarà rimasto in giro nessuno per farmelo notare.