Mentre infuria la polemica sul verdetto di calciopoli - supremamente saggio per alcuni, iniquo e fazioso per altri - un solo dato è certo, e come tale da tutti riconosciuto. Il pallone ha surclassato il Medio Oriente. Gli annunci di morte e di desolazione che venivano da Israele e dal Libano non hanno suscitato che qualche passeggero brivido nella massima parte degli italiani, avvinghiati ai televisori in attesa della sentenza Ruperto: le cui ripercussioni si faranno sentire a lungo. Nella valutazione del ministro Tommaso Padoa-Schioppa la vittoria ai mondiali avrà benèfici effetti sull'azienda Italia. Non è fuori luogo pronosticarne di malèfici per la Caporetto romana di quattro formidabili armate calcistiche. A questo punto la tentazione elitaria di collocare i rovelli per la sorte dei club sanzionati tra le stranezze o gli eccessi delle tifoserie è forte. Si fa presto a ironizzare su passioni ed emozioni di massa causate da drammi minori, mentre maggiori tragedie incombono sul pianeta.
Ironizzare dunque è facile, ma sterile. Il calcio occupa nella gerarchia degli interessi d'ogni italiano la posizione privilegiata che sappiamo, e l'universo dell'informazione non ha fatto proprio nulla per ridimensionarla: anzi s'è fatto a gara (televisioni e carta stampata) nel sollecitare l'enfasi calcistica sia quando - con la nazionale - aveva una valenza positiva sia quando - scandalo Moggi e compagnia - ne aveva una pesantemente negativa.
In tanti - me compreso - abbiamo dato al successo di Berlino il significato d'un riscatto, d'un gesto d'orgoglio collettivo. In tanti - me compreso - abbiamo dato alla decisione su Moggiopoli il valore d'una catarsi, l'inizio d'una redenzione della quale il calcio corrotto - ma ancor prima che corrotto avvilito dalla sua degenerazione mercantile e monetaria - aveva estremo bisogno. Sarebbe sciocco imputare agli italiani, come colpa, l'avere cullato in sterminata compagnia una duplice illusione: quella d'un trionfo berlinese nel nome della moralità sportiva, quella della ghigliottina rupertiana nel nome d'una ritrovata purezza, d'una grande voglia di passare alla rottamazione i resti del calcio putrido e di iniziare una vita nuova.
Non inseguo gli avvocati nelle loro eccezioni e nelle loro proteste d'innocenza per gli imputati. Mi sembra che alcune osservazioni dei difensori - ad esempio la contraddizione tra il proscioglimento d'individui incriminati per aver favorito questa o quella squadra e la condanna delle squadre coinvolte - siano fondate. Ma il punto sul quale preferisco insistere è un altro: non lasciamoci ingannare, o piuttosto non autoinganniamoci. Era spontanea e massiccia l'adesione di popolo che accompagnò le prime fasi di Tangentopoli. Avevamo la speranza che l'azione disinteressata e imparziale della magistratura redimesse un Palazzo assediato dal fango. Col passare del tempo si vide non solo che l'azione delle toghe era assai meno disinteressata e imparziale di quanto pretendesse, ma che, passata sulla gramigna tangentizia la falce della legge, la gramigna s'era presto ripresa ed aveva ricominciato a crescere con rigogliosa baldanza. Il timore è che, in una delle sue tante varianti, la storia si ripeta per il calcio.
Vietato illudersi
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