Voglia di Forza Italia: ecco la vera storia del simbolo che fa sognare tutti i moderati

Dai primi bozzetti alla scelta del nome e dei colori: decisiva l'intuizione di Berlusconi. Quello di FI è il marchio che gli italiani ricordano di più della Seconda Repubblica

Voglia di Forza Italia: ecco la vera storia del simbolo che fa sognare tutti i moderati

RomaLa forza del segno, il richiamo di una memoria storica, un tuffo nella prima giovinezza politica, il desiderio e la nostalgia di una rivoluzione incompiuta. Si dice che un partito o un movimento esista soltanto in presenza di un simbolo che lo rappresenti e resista alla prova del tempo. Sarà per questo che Silvio Berlusconi da anni continua a rimpiangere e ad evocare il ritorno a Forza Italia, al suo logo e al suo emblema. Le rilevazioni di cui è in possesso d'altra parte offrono sempre lo stesso, inequivocabile risultato: Forza Italia sulla scheda elettorale rappresenta un valore aggiunto, è il simbolo che gli italiani riconoscono e ricordano più di ogni altro di quelli della Seconda Repubblica, in sostanza è il migliore di quelli che si sono succeduti negli anni che vanno dal '94 al 2009.
In questi giorni a Roma si lavora al rilancio del logo che avrà come primo banco di prova, nel prossimo mese di ottobre, le Regionali in Basilicata e le provinciali in Trentino Alto Adige. Berlusconi ha le idee chiare. Non ci sarà alcuna dicitura 2.0. Si procederà con il simbolo originario, senza modifiche grafiche, perché la forza evocativa viene giudicata intatta e la presenza nell'immaginario dell'elettorato ancora solidissima. Niente a che vedere con il brand del Pdl, la cui percezione è negativa perché a quel marchio viene associato il litigio e il ribaltone finiano e la lunga agonia della XVI legislatura. Insomma: la politica nel senso più deteriore del termine, intesa come ritualità di palazzo, lontananza dalla gente, bizantinismo e tatticismo fine a se stesso.
Le stesse certezze Berlusconi le mise in campo già nel '94. «Mi chiamò e mi disse: “Tieniti pronto che facciamo un partito“» ricorda Giancarlo Galan. «Risposi subito di sì. Però quando mi sottopose il nome Forza Italia, non mi trattenni. “Ma no, non può funzionare, sarà un disastro“. E lui sorridendo: “Si vede che non capisci niente, è perfetto“. Direi che alla prova dei fatti che aveva ragione lui». La stessa scelta del logo tra i tanti bozzetti che servirono per arrivare al marchio definitivo (tra i quali c'è perfino un «Italia Giusta», con la bilancia della Giustizia nel simbolo) avvenne per mano di Berlusconi che scelse senza troppe esitazioni quel simbolo grafico: una bandiera con i colori del Tricolore disposti non in modo tradizionale (il verde è in alto e il rosso in basso), con un taglio obliquo che rendeva l'insieme grafico dinamico e moderno.
Erano i tempi di «Meno tasse per tutti», di «Pensioni più dignitose» fino a «Un buon lavoro anche per te». Slogan diretti e semplici che cambiarono la comunicazione politica italiana, insieme a un inno entrato anch'esso nella memoria e nell'immaginario. Un nuovo alfabeto del marketing politico accolto tra stupore e ironia. Ma tutto partiva da quel logo che proponeva un nuovo tipo di rapporto - chiaro, diretto e immediato - con i cittadini, evocava una comune appartenenza e l'invito a rimettersi in moto, attraverso il più classico incitamento sportivo, l'azione positiva, l'unità d'azione. Un fattore di discontinuità evidente rispetto a tutti i vecchi e nuovi partiti politici italiani.
«Quello di Forza Italia è un simbolo che parla da solo e rappresenta una discontinuità evocativa rispetto al passato. Un messaggio che valeva allora e vale oggi» spiega Antonio Palmieri, responsabile comunicazione elettorale e internet del Pdl, e curatore, insieme a Gianni Comolli, Cesare Priori e Massimo Maria Piana del volume pubblicato lo scorso anno «Come Berlusconi ha cambiato le campagne elettorali in Italia». «Innanzitutto contiene un'incitazione, Forza Italia appunto, che mai come adesso suona attualissima. La seconda: quel simbolo dice che là c'è Berlusconi e lo dice senza bisogno di scriverlo. La terza: può evocare un nuovo inizio, una ”chiamata alle armi”, per chi alle ultime elezioni magari ha scelto Grillo oppure non si è recato alle urne». Insomma il bis di una sfida liberale le cui ragioni non sono certo evaporate. Una sfida chiamata a smentire il vecchio adagio secondo cui i remake sono sempre peggio dell'originale.