Intesa, i Tremonti bond possono attendere «Costano troppo cari»

Il Workshop Ambrosetti di Cernobbio è stato scosso fin dalle prime ore di ieri dall’intervista con cui Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha scelto un quotidiano straniero, il Financial Times, per far sapere che la sottoscrizione di 4 miliardi di Tremonti bond (obbligazioni che sottoscriverà lo Stato per finanziare le banche) potrebbe non avvenire mai. Troppo cari (costano l’8,5%), i Tremonti bond, dice Passera, bisogna considerare gli equilibri dei conti e l’interesse dei soci. Interpellato a Villa d’Este, dove Passera è di casa, il numero uno di Intesa ha detto che «tutte le possibilità sono aperte», aggiungendo che «la decisione dovrà tenere conto di tante cose: dell’ambiente nel quale siamo, del cambiamento positivo che hanno avuto i mercati, dei risultati buoni che la banca ha accumulato in questi mesi e del rafforzamento patrimoniale che è avvenuto per vie normali».
In effetti, è vero che in questi ultimi sei mesi le banche italiane hanno dato segnali di forte ripresa. Sia in Borsa, dove i titoli sono mediamente più che raddoppiati dai minimi di marzo, sia nei bilanci, dove gli utili, pur più bassi che in passato, sono comunque nell’ordine dei miliardi di euro. Ma questo è un punto importante: da dove derivano i nuovi utili delle banche? Secondo molti analisti che hanno spulciato le ultime trimestrali, non è l’attività tradizionale bancaria che ha ripreso fiato, ma sono soprattutto i «solidi risultati dell’attività di negoziazione», scrivono a Nomura. Mentre destano preoccupazione gli accantonamenti per le perdite sui crediti. Per questo il rischio è che l’attuale momento risulti drogato dalla immensa liquidità affluita sui mercati per l’intervento delle banche centrali e dalla conseguente ripresa dei corsi azionari e, in generale, di molti titoli nei portafogli delle banche italiane. Il dato di ieri sui fondi comuni, tornati a raccogliere denaro dopo anni di profondo rosso, la dice lunga sull’abbondanza di liquidità.
I Tremonti bond dovevano servire a frenare il credit crunch, fornendo alle banche liquidità da girare alle imprese. Ebbene, sembra ora che le grandi aziende di credito (i discorsi validi per Intesa, lo sono anche per Unicredit) la liquidità se la siano trovata da sé, ma la utilizzino più nella finanza che nell’economia reale. Mentre non si è mai smesso di parlare di dividendi ai soci e pure di nuovi bonus ai manager. Una recente presa di posizione del Sole 24 Ore in materia sembra confermare la contrarietà, sul tema, che affiora da più parti in Confindustria, specie negli ambienti delle Pmi. Una tensione che si somma a quella esplicitata dal presidente Emma Marcegaglia a proposito dell’applicazione dell’accordo con l’Abi sulla moratoria dei debiti.
In altri termini, l’impressione è che le scelte delle banche sui Tremonti bond rappresentino una partita complessa, con risvolti politici ed economici, che è ancora da giocare.

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