Io, cattocomunista amico di Siri, nel mirino della penna di Merani

Caro Lussana, il ricordo degli anni ruggenti del tuo giornale quando era vice caporedattore Umberto Merani si congiunge nella mia mente alle battaglie genovesi del cardinale Giuseppe Siri contro la crisi spirituale del cattolicesimo, messo a soqquadro dal cosiddetto spirito del concilio. Io ero con lui in unità di fede, pur trovandomi nella opposta posizione di «cattolico del dissenso» e responsabile «cultura-stampa e propaganda-scuola di partito» del Pci genovese. Con Rodano e Berlinguer lavorai, senza alcuna conseguenza attuale, alla piena riforma democratica non ateistica del Pci e alla piena riforma spirituale della chiesa politicante. Merani seguiva direttamente assai spesso i lavori del Consiglio provinciale della giunta di sinistra Pci-Psi presieduta dal socialista Magnani. E, trovando assurda quella alleanza, praticò una dura e feroce battaglia che mi fece bersaglio dei suoi colpi micidiali. Merani e i suoi collaboratori, non potevano capire la mia paradossale posizione di capogruppo del Pci, e leader del dissenso cattolico ribelle a Siri. Insegnante di filosofia tra licei e facoltà di filosofia via Balbi, col geniale filosofo cristiano Andrea Galimberti, ero tra i promotori dei camillini, e di Oregina. Stufi delle meditazioni ovattate, con revisione ecclesiastica del Gallo di Nando Fabro, con Angelo Marchese e tante belle teste libere, abbiamo promosso a Genova una discussione popolare sulla riforma della chiesa. Ma io scelsi mi iscrissi al Pci, in sintonia con il cattolico ortodosso Franco Rodano e Tonino Tatò, segretario di Berlinguer a Roma. Si doveva evitare accuratamente i fuori estremistici e il tiepido intimismo, che insidiavano la nostra ricerca di un popolo di Dio regale e profetico. Siri all'ultima scuola papale, «infallibile» in Cristo, di Pio XII era il più colto e acuto difensore del papato come conferma dogmatica della fede soprannaturale dei cristiani. Egli durante il concilio Vaticano II, con pochi altri, respinse le vischiose manovre moderniste, nei margini provvisori della pastorale ottimistica e filantropica di papa Giovanni. Nessuno poté toccare l'assetto dogmatico del pontificato di Pio XII, coadiuvato e sostenuto anche dopo la sua morte da Siri, che ne fu il vero erede spirituale. Io l'avevo conosciuto nella sua dimensione spirituale culturale, nei miei ani di studio della teologia ad Assisi presso la Cittadella cristiana di don Giovanni Rossi. Non potevo combatterlo su quel piano, ma sul tentativo di compromesso storico sì, mi dicevo. Scrive Siri nel suo diario che «i padri conciliari avrebbero distrutto la chiesa se lo Spirito santo non l'avesse salvata». La verità non fu toccata da definizioni ereticali in forma dogmatica ma solo dalle sabbie mobili delle opinioni teologiche e pastorali, di autorità umana, sempre revocabili e riformabili, come anche in gran parte sta avvenendo col pontificato di Benedetto XVI. Fu merito specifico di Siri di indicare fuori della chiesa quelli che negano il dogma non quelli che la verità nella carità, pur nella marea montante del tradimento. Nessun lefeburismo dunque e chiesuole parallele. Anche un solo laico, una sola famiglia, come quella di Nazaret, di Betania o di Emmaus possono essere la chiesa cattolica di Cristo vivo e regnante.
Merani e i giornalisti de il Giornale, dal 1975 al 1980, non potevano immaginare tale accordo spirituale tra me e Siri, e non potevano non vedere che eravamo ambedue illusi e perdenti sui due fronti, ecclesiale e politico. Siri dell'ortodossia cattolica fino a Pio XII fu il successore ideale non giuridico. Egli mi parlò varie volte di questo dramma e si sentiva come semplice cristiano vicino a me laico, avendo dovuto rifiutare, pressato anche da insidie e minacce, un ruolo pontificale senz'autorità e infallibilità in Cristo. Diceva Sant'Agostino che fu spinto dal popolo al ministero episcopale: «vescovo per voi, cristiano con voi». Così in gran parte fu Siri con tanti. Mentre ormai tanti sono quelli che né sono vescovi per noi né cristiani. Abbiamo sofferto e soffriamo l'immiserimento della vita ecclesiale. Il «suicidio del cattolicesimo» ridotto a un'etichetta di associazione filantropica, era stato preconizzato e promosso da Antonio Gramsci.
Merani e i suoi, oggi illustri, discepoli de «il Giornale» avevano forse ragione di combattere più o meno ferocemente i cattocomunisti di cui ero un esemplare sconcertante. Essi non potevano vedere l'antitesi tra Rodano e Dossetti. Ma anche sul versante della storia politica Pio XII e Siri mostrano oggi una statura profetica. Essi mostrarono di capire come il neopaganesimo ateo e totalitario marxista, nazista e in parte fascista avrebbe minato le basi razionali della fede e delle costituzioni dei popoli. Essi videro la legge naturale con l'inserimento del trattato del 1929 per conservare alla Costituzione italiana un carattere sano aperto alle possibilità soprannaturali libere della fede. E videro in un certo concetto di democrazia del maritainismo prima maniera di Montini e della gnosi spiritualista settaria di Dossetti, pericoli di disgregazione sia delle basi popolari, naturali e cristiane della Costituzione che della unità papale e dogmatica della Chiesa.
A Paolo Lingua che acutamente parla di Siri come «sconfitto da Taviani» nella formazione della prima giunta di centrosinistra a Genova nel 1961, devo ricordare il richiamo a Genova dei pericoli del laicismo e dell'ateismo di sinistra e la lotta di Siri a tutta la fatua deriva filantropista che ha svuotato di linfa soprannaturale la chiesa. E Siri ha avuto anche ragione, come mi diceva, sulle illusioni di Moro, Berlinguer e Rodano. E vediamo oggi il vuoto giocattolo politicante prodotto in vitro da dossettiani , gnostici e stalinisti di sinistra. Quanto al «vincere» di Taviani coi socialisti, la dottrina sociale di Pacelli e Siri, con De Gasperi, Angelo Costa e Di Vittorio ricostruttori dell'Italia dalle macerie totalitarie e poi la vera cultura popolare di don Sturzo, mostrano dopo i disastri dirigisti dell'indebitamento, l'insorgenza liberale impetuosa e autorevole del popolo sovrano, pur tra mille ambiguità. Ben più grave rimane la crisi della chiesa, senza fedeltà soprannaturale a Cristo, perduto tra le nebbie religiose del dialogo. Ma il ricordo sveglia molte cose. Con Merani non potevo scrivere su questo giornale. Oggi invece per me, credo per merito tuo, esso è la sede di un dibattito veramente aperto e pluralista nella Genova dei veti atavici, laici e clericali. E questo stile guarda al futuro non molto lontano della crisi di regime.
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