Io, ex magistrato dico a Mancino: basta interferenze

Illustre Senatore Nicola Mancino
Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura
Illustre Presidente Giorgio Napolitano

Non essendo mai stato censurato dal Csm quando ero magistrato, oggi ho appreso dalle agenzie di essere stato censurato come parlamentare per alcune mie critiche ai provvedimenti giudiziari sulla vicenda di Eluana Englaro: nella delibera passata anche col suo voto, sono peraltro in ottima compagnia, poiché i Vostri strali hanno colpito, insieme con autorevoli colleghi parlamenti e di governo, perfino un vescovo, monsignor Rino Fisichella.
Mi sembra superfluo constatare che il documento costituisce l’ennesima interferenza dell’organo cui è deputato il governo autonomo della magistratura: un autogoverno che impegna quasi un anno per esercitare proprie esclusive competenze, per esempio coprire il posto vacante di procuratore di Palermo, e invece è rapido a discettare sull’esercizio della libertà di espressione di parlamentari e vescovi, pur in assenza di un mandato costituzionale in tal senso. Altrettanto indiscutibile è il fatto che la pretesa di escludere la magistratura dal circuito del libero dibattito dell’opinione pubblica, o meglio di limitare tale dibattito ai soli interventi di elogio, è paradossale in un momento storico in magistrati singoli ed associati, e lo stesso Csm, quasi ogni giorno coprono di contumelie parlamento e governo, accusandoli (falsamente) di assumere provvedimenti «criminogeni», o di elaborare leggi volte a favorire la criminalità.
Quanto alla sostanza della questione, tento da sempre di porre al centro delle mie convinzioni e della mia azione politica il valore della vita umana, uguale dal concepimento alla morte naturale. Non accetto che disabilità e malattie rendano una vita di «minor valore». La scelta in favore della vita richiede talvolta di affrontare pericoli mortali, o anche di infliggere ad altri la morte; così come accade quando le armi siano utilizzate per difesa della vita propria o di innocenti. Paolo Borsellino espose al pericolo mortale la sua vita terrena per consentire a tutti noi una vita libera dall’oppressione mafiosa. Ho constatato con dolore che i provvedimenti giudiziari da me criticati pongono in secondo piano il valore della vita e attribuiscono una connotazione positiva alla morte, quando essa appaia conforme a un desiderio espresso venti anni prima, documentato solo dal ricordo di un’amica e rimesso alla decisione di un parente. Ho sintetizzato che queste scelte giudiziarie sono «espressione di una cultura di morte», cioè di una cultura che, in presenza di alcuni fattori (inabilità del soggetto, suoi desideri manifestati non si sa come molti anni or sono; volontà del padre) preferisce la morte alla vita. Non credo nessuno possa aver equivocato e aver pensato che io accusassi i giudici di considerare la morte un valore in sé. Perciò mi pare legittimo esercizio del diritto di critica affermare che con i provvedimenti nel «caso Eluana» i giudici italiani hanno inflitto una condanna a morte, cioè hanno posto la vita dietro a altri (pseudo)valori. Ritengo poi, e anche questa mi pare una legittima opinione, che i provvedimenti giudiziari in questione non abbiano affatto «colmato un vuoto legislativo», dal momento che sono ancora in vigore le norme che puniscono l’omicidio (senza prevedere la scriminante di aver agito «per pietà»), l’omicidio del consenziente, l’aiuto al suicidio. Ancor meno tali provvedimenti sono una applicazione «obbligata» delle leggi vigenti: la lettura della tante volte invocata «convenzione di Oviedo» non conforta affatto le tesi accolte nel provvedimenti che critico. D’altronde la stessa Corte di Cassazione con altre sentenze si è espressa in modo opposto.
A mio modesto avviso, signor Presidente, è ora che i magistrati abbandonino la finta umiltà di chi pretende di essere soltanto «un mero meccanico esecutore della legge», in quanto tale insindacabile dalla pubblica opinione. E invece realisticamente riconoscano di essere operatori sociali soggetti alla legge sì, ma anche alle spinte ideali che determinano l’evolversi tumultuoso delle interpretazioni della legge. Accettino così che chi crede nella difesa della vita «senza se e senza ma», eserciti quel diritto riconosciuto dall’articolo 21 della Costituzione e veda emergere, nelle loro sentenze, una pericolosa «cultura di morte».

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