Ma io le spiego perché deve ancora tener duro

Carissimo, quasi vorrei anche scrivere il suo nome, perché a vederlo scritto sul giornale, forse lei si sentirebbe meno solo; ma sarebbe violare la riservatezza. E però creda: la sua lettera ci è, e mi è, molto cara. Perché quel sentirsi stanco come mai prima, di cui lei dice, coi pensieri che diventano ossessioni e non ti fanno dormire, prima o poi è toccato, o tocca a tutti. E talora il dolore arriva quasi fino all’agonia, dalla quale però, mi creda, occorre rinascere. Perché i guai, quando sono seri come i suoi, a questo servono: a uscirne migliori. E perciò le prove morali valgono più di quelle fisiche. E se lei da piccolo è entrato in una chiesa, in questa Sua disperazione si troverà Cristo vicino. O se crede altrimenti, potrà almeno confortarsi con la splendida frase, mi pare di Croce, che dice circa: «Non esistono nella vita eventi positivi o negativi, ma condizioni per nuove azioni». A lei scegliere insomma la maniera. E però davvero lasci da parte le chiacchiere sciocche, sulle pistole alla tempia. Anche perché, vede caro nostro lettore, quello che le accade permette di capire, meglio di qualsiasi manuale o chiacchiera sul Pil, quanto vi è davvero di serio, di meritevole da intendere nell’economia. Quando lei parla di una stanchezza non fisica ma mentale, spiega a tutti cos’è l’intrapresa. E poco importa che a condurla sia un artigiano o un banchiere cosmopolita. Marx parlava di energia di lavoro, e riduceva perciò a fisica stanchezza misurabile il suo valore. Tuttavia nessuna merce contiene solo quella stanchezza; neppure bastano a spiegarla la venalità o l’utile. Nella sua angoscia lei ci fa ben capire: chi è in proprio, risponde per il lavoro altrui, spende mente e morali, che sono più difficili da misurare del sudore. Anche per lo strano fatto che l’affetto per il lavoro e l’intelligenza, più si spendono nella propria impresa e più si accrescono. Strano paradosso, che gli invidiosi e i petulanti, quasi sempre preti mal riusciti, professorini o impiegati inetti, mai neppure sospettano.
I più, in effetti, anche quando sparlano in difesa del lavoro non ne capiscono il rischio, che in fondo tutti si prendono, come la poveretta salariata di Télécom France, che s’è uccisa. Nei guai è del resto chiunque vive in questa economia, il cui difetto non è il mercato o il rischio, ma la spersonalizzazione. Si sia operai o imprenditori si sente comunque accanto solo una macchina immensa, inarrestabile che astratta non sente mai ragioni. Fredda ed ostile, la si chiami poi fisco, banche, tribunali o maniache regole aziendali. Sempre più ormai non sono l’impiegato di banca o il direttore del personale o il magistrato, appunto, il guaio. Il male è quella freddezza che uccide l’epica, e ogni fiducia in se stessi, e la simpatia sociale. In conclusione: coraggio. Anche perché, vede, con la Sua lettera ci ha spiegato quello che, crisi o non crisi, è il vero guaio: l’inattenzione, lo spersonalizzarsi delle relazioni sociali. Il guaio è il nostro divenire tutti uguali, cinesini vittime di un arbitrio astratto lontano, e quasi oltre i rimedi dell’intelligenza e della morale individuale. Quando invece l’economia vera vive proprio di queste due virtù. E il dire che chi ci governa debba adoprarsi perché ci siano meno finanza e numeretti sul Pil, tasse, burocrazie, buio nei tribunali, è quindi dire la stessa cosa. Comunque sappia, che per le persone di cuore il suo insistere per l’impresa, per i 14 operai, per la sua famiglia, è un motivo di ammirazione. Un abbraccio dal suo Giornale.