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Iran, l'ora del coraggio occidentale

Le rivoluzioni che entrano nei libri di storia come immagini simboliche, folle, slogan, corpi nelle strade, sono spesso la fase finale e visibile di decisioni maturate altrove: nei vuoti di potere, nelle ambiguità diplomatiche, nelle omissioni internazionali e nelle complicità indirette

Iran, l'ora del coraggio occidentale

di Pegah Moshir Pour

C'è un Iran che da quarantasei anni dimostra, generazione dopo generazione, di essere una società pensante, colta e critica. Un Iran attraversato da una volontà di trasformazione che nessuna repressione è riuscita a cancellare. È l'Iran delle donne e degli uomini comuni, delle attiviste, degli avvocati per i diritti umani, degli studenti, delle cantanti, dei registi e degli attori che hanno continuato a creare, denunciare e interrogare il potere anche quando farlo significava perdere tutto: libertà, lavoro, futuro. Questa realtà dovrebbe interrogare chi osserva da fuori, in particolare le politiche internazionali europee e statunitensi, ancora incapaci, o riluttanti, a distinguere il regime dalla società. La storia, però, insegna una lezione scomoda: le rivoluzioni non sono mai eventi brevi né lineari. Sono processi lunghi, contraddittori, popolati da protagonisti visibili e invisibili. E, soprattutto, raramente si decidono solo nelle strade.

Nel 1979 le piazze iraniane erano piene. Ma una domanda resta sistematicamente esclusa dal racconto semplificato: come tornò dall'esilio Ruhollah Khomeini da Parigi? Chi ne facilitò il ritorno? Come attraversò l'intero Paese la sua propaganda, diffusa capillarmente tramite audiocassette in un Iran ancora frammentato, privo di infrastrutture comunicative unificate? Le rivoluzioni che entrano nei libri di storia come immagini simboliche, folle, slogan, corpi nelle strade, sono spesso la fase finale e visibile di decisioni maturate altrove: nei vuoti di potere, nelle ambiguità diplomatiche, nelle omissioni internazionali e nelle complicità indirette. È anche per questo che oggi molti, che hanno assistito al movimento globale donna vita e libertà e continuano a vedere immagini di grande coraggio, si chiedono perché in Iran sia così difficile arrivare a un vero cambio di regime?

La risposta non risiede in un'unica causa, ma in una convergenza di fattori strutturali.

La Guida Suprema Ali Khamenei sopravvive non tanto per consenso, quanto per assenza: assenza di una strategia internazionale coerente, di una pressione politica credibile, di un'alternativa riconosciuta. Il suo potere prospera nei vuoti lasciati dall'esterno più che nel sostegno interno. Nel frattempo, nel Paese serpeggia una paura profonda: quella di tornare a essere terreno di scontro tra potenze straniere. È una paura che il regime alimenta deliberatamente, mentre il vero potere resta saldamente nelle mani dei Pasdaran, che controllano ampi settori dell'economia, dell'informazione e dell'apparato militare. La domanda centrale resta inevasa: chi può realmente intaccare questa architettura militare-economica? Chi può sottrarre potere a un sistema che si autoalimenta e si protegge attraverso la repressione e l'impunità? In questo contesto, il presidente Masoud Pezeshkian appare per ciò che è: una figura di facciata. L'incapacità di esercitare controllo sulle forze in borghese, sulla milizia Basij, sulla magistratura e sugli apparati di sicurezza dimostra quanto il potere esecutivo sia strutturalmente svuotato. Le promesse di dialogo restano retorica, mentre la repressione continua ad agire senza coordinamento politico ma con piena impunità. Per i nostalgici del riformismo, gli iraniani hanno compreso già nel 2009, del movimento verde, che non si può rianimare un corpo privo di funzioni vitali.

A tutto questo si aggiunge una complessità spesso ignorata: l'Iran non è una società omogenea. È etnicamente, religiosamente e storicamente plurale. In un sistema democratico questa pluralità sarebbe una forza. In un sistema repressivo diventa una vulnerabilità. Non esiste, o viene deliberatamente impedita, una figura di rappresentanza condivisa, e ogni tentativo di costruirla viene frammentato da rivalità, personalismi e sospetti. Esiste poi un dato strutturale cruciale: il Paese non è pienamente connesso né logisticamente integrato. La circolazione delle informazioni è discontinua, frammentata, facilmente manipolabile. I social network, sorvegliati e deviati dal regime, sono oggi terreno di disinformazione sistemica e di un uso massiccio dell'intelligenza artificiale per confondere, alterare e ricreare contenuti. Distinguere il reale dal manomesso è diventato sempre più difficile. Tutto si disperde. Tutto rallenta.

Eppure, nonostante tutto, la società iraniana continua a muoversi con gli unici strumenti che non possono essere sequestrati del tutto: il corpo e la parola.

L'Iran degli iraniani è pronto a costruirsi. Non perché il percorso sia semplice, ma perché il pensiero critico non è mai stato sconfitto. La vera domanda, oggi, non riguarda la maturità della società iraniana.

Riguarda il coraggio della comunità internazionale di smettere di abitare i vuoti, le omissioni e le ambiguità che da decenni tengono in vita un potere che, senza quei silenzi, non reggerebbe. Le rivoluzioni sono lente. Ma i vuoti, nella storia, prima o poi si riempiono. La direzione dipende da chi sceglie di non voltarsi dall'altra parte.

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