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Iran, quelle torture in carcere

Trapelano le prime testimonianze di detenuti per le proteste di Teheran: migliaia di arresti, nelle celle speciali interrogatori lunghi anche 14 ore, botte e minacce di morte. L’unica strada per tornare in libertà: confessare di tramare contro il governo

Iran, quelle torture in carcere

Arrestati a migliaia, ammassati come sardine dietro le sbarre, picchiati, torturati, i più fortunati liberati dopo aver ammesso immaginari complotti. La macchina della repressione iraniana lavora di buona lena e non risparmia nessuno. Chi confessa e lascia quell’incubo per far spazio a nuovi ospiti, riferisce storie di violenza e terrore. Come quella di Mohsen, nome di fantasia di un giovane redattore appena rilasciato in cambio di un’ammissione di colpevolezza.

Il suo incubo inizia la sera di sabato 20 giugno mentre assiste dall’ufficio alle manifestazioni dell’«onda» verde. L’ordine quella sera è «schiacciare l’opposizione». Mentre Neda Soltani, la ragazza martire, agonizza sull’asfalto le forze di sicurezza battono a tappeto le zone intorno alle dimostrazioni, fermano i passanti, arrestano la gente alle finestre. Come Mohsen. La polizia lo vede e un attimo dopo è dentro la sua casa editrice.

«Erano in nero con caschi, visiere e protezioni di plastica... hanno fatto irruzione senza suonare e ci hanno bastonato sulle gambe». Dopo le prime botte l’accusa. «Filmavate non è vero?». Mohsen consegna il telefonino «controllate non c’è niente». Un attimo dopo è nel cellulare. «Il nostro comandante ha le riprese di chi filmava se è un errore vi libererà». L’errore è sperarci.

La prima notte la passano ammassati nelle cantine fetide di un posto di polizia. La mattina dopo si ritrovano trasferiti nel cortiletto di un centro di sicurezza intorno al palazzo presidenziale. Lì inizia il supplizio vero. In quell’imbuto di cemento e sbarre senza coperture Mohsen conta duecento disgraziati. Hanno le gambe gonfie di botte come lui, ma a terra non c’è posto. Possono solo attendere in piedi, senza acqua e senza cibo, sotto un sole che brucia le cervella e secca la lingua. L’arrivo di quello che chiamano magistrato è un’altra sgradita sorpresa. Loro gridano «siamo innocenti». Lui tira fuori una pistola la punta sul coro sofferente: «Se alzate ancora la voce vi tiro addosso». L’interrogatorio è una firma su un foglio con una sola domanda «Riconoscete di esser coinvolti nelle manifestazioni e di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale?». Firmare e confessare è l’unico modo per uscire da quel forno di cemento e sperare in qualcosa di meglio.

La speranza dura fin davanti ai due bus per Evin, il carcere sulla montagna sopra Teheran conosciuto dai tempi dello Scia come l’inferno dei dissidenti. Stavolta è peggio, stavolta i suoi gironi sono calca dolente e affamata, sanguinante e disperata. Quanti sono? Un secondino racconta a Mohsen che lui e i suoi compagni sono gli ultimi dei 4.500 ingabbiati in quel sabato di protesta e sangue. Mohsen non stenta a credergli. Nel salone 7, quaranta metri quadrati al massimo, sono in più di un centinaio e fanno i turni per dormire. «Ogni quattro ore la gente si sveglia e lascia posto agli altri, è l’unico modo per avere un po’ di spazio e di riposo. Lì dentro eravamo come sardine. Hanno arrestato intere famiglie, nella mia cella c’erano padri, figli e mariti, raccontavano di avere madri, mogli e sorelle nella sezione femminile«. Il peggio lo scoprono alle 7 di mattina quando gli inquisitori vengono a prendersi le loro vittime quotidiane.

«Tornavano dopo 14 ore d’interrogatori, ci mostravano il corpo segnato dagli ematomi e dalle ferite.

Alcuni pisciavano sangue a furia di bastonate e calci nella schiena».

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