In Italia la persona è ancora al centro della vita

E ra il dicembre 1972 quando sbarcai per la prima volta con un aereo dell’Alitalia a Roma. Nonostante parlassi correttamente l’italiano e conoscessi la cultura italiana avendo superato con successo l’esame di maturità scientifica presso l’Istituto Salesiano Don Bosco al Cairo, l’integrazione costruttiva in seno alla società italiana richiese sia tempo sia soprattutto sofferenza interiore. Anche a un italiano può capitare, recandosi ad esempio in un paese scandinavo, di restare raggelato dal comportamento distaccato e anaffettivo rispetto a quello coinvolgente e sentimentale prevalentemente diffuso in Italia. Qualcosa di simile capitò a me al mio arrivo in Italia. Trovo parecchie similitudini tra ciò che Elisa e Massimo hanno conosciuto nel Madagascar (una coppia di ex missionari, ndr) e ciò che io ho vissuto in Italia al mio arrivo dall’Egitto. A cominciare dalla concezione estremamente labile del tempo, ribattezzata dagli stranieri oriental time. (...) Quanto ho nostalgia del «tempo orientale» che si fonda sulla concezione che il tempo è a disposizione della persona e non la persona schiava del tempo! Qui in Occidente tutta la nostra vita è rigidamente regolamentata dalle lancette dell’orologio. Si arriva in ufficio alle 9. Ci si incontra a pranzo alle 13. Si torna in ufficio dalle 15 fino alle 19. Si fa un salto a un cocktail fino alle 20. Si corre al cinema o si torna a casa per piazzarsi davanti alla televisione fino alle 22. Il tempo per dare la buonanotte ai figli o per qualche telefonata di lavoro. Poi si naviga in internet per tuffarsi nella realtà virtuale dove il rapporto con il prossimo è indiretto venendo meno dell’integralità della persona, privo di sentimento e di coinvolgimento emotivo, che finisce per farci privilegiare il surrogato della realtà alla realtà.
(...) In Madagascar Elisa e Massimo hanno scoperto ciò che io ho vissuto in Egitto: la bellezza della vita che mette al centro la persona, dove siamo noi a usare il tempo per soddisfare la naturale propensione a stare bene dentro con noi stessi e con il prossimo. Dove pertanto anche il saluto diventa un rituale che ci impegna tranquillamente per almeno cinque minuti, perché comporta il passare in rassegna l’elenco di tutti i familiari, parenti, amici e conoscenti comuni, chiedendo di ciascuno come sta e, se necessario, ripetendo la stessa domanda. Perché la parola acquisisce un senso compiuto quale mezzo principale per unire due cuori e due menti, a prescindere dal suo significato letterale. Le parole non vengono soppesate in modo meticoloso, è assolutamente consentito abbondare nelle parole senza preoccuparsi delle sfumature recondite o del tempo che si sprecherebbe, perché le parole non sono strumento ma parte integrante del fine, cioè della persona concepita in senso compiuto, quindi della persona che si preoccupa essenzialmente di stare bene dentro. Alla fine però Elisa e Massimo hanno condiviso la scelta di vivere in Italia, esattamente come io concepii, pur senza mai esserci stato, che l’Italia sarebbe stata la patria di quei valori fondanti la nostra umanità che ci consentono di essere pienamente noi stessi. Perché sono i valori che si radicano in una fede, in un’identità, in una cultura e in una tradizione che è profondamente e totalmente umana e umanitaria, quella del cristianesimo che si fonda sulla certezza del Dio che si è fatto uomo e dell’uomo concepito a immagine e somiglianza di Dio. Abbiamo sicuramente da imparare dai fratelli sparsi nel mondo che sono riusciti a salvaguardare dentro di sé la radice naturale dell’amor proprio, ma dobbiamo principalmente essere consapevoli e orgogliosi della nostra civiltà cristiana che storicamente è stata il faro che ha illuminato l’insieme dell’umanità con i valori dell’amore, bontà, saggezza e bene comune che ci rendono migliori in questa terra e meritevoli della vita eterna.

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