Jimi Hendrix, per sempre l’Orlando Furioso del rock

Come - e forse più - di Robert Johnson ha cambiato la storia della musica. Johnson era il chitarrista che mandò al diavolo i padri e suonò quello che piaceva a lui trasformandolo in tradizione. Jimi Hendrix era - e lo è oggi, a quarant’anni dalla morte, quel tragico 18 settembre 1970 - l’Orlando Furioso di un rock che aveva bisogno di un elettroshoc, un demonio psichedelico nell’acquasantiera del business musicale. «Jimi ci segnalò con la sua arte che i barbari erano alle porte e che comunque conveniva lasciarli entrare», scrive Enzo Gentile nel prezioso libro Jimi santo subito (Shake edizioni), atto d’amore per il chitarrista con immagini rare ed inedite, curiosità, chicche, interviste e i testi dei brani tradotti e commentati. Quattro anni - dal ’66 al ’70 - di geniali follie musicali e non; quattro soli anni giocati dal mancino americano a Londra per prendersi il trono del rock. In America Jimi era un musicista di fila che accompagnava gli Isley Brothers, o Wilson Pickett, e incise persino un 45 giri con la bomba sexy Jane Mansfield. Ma il pittoresco mondo della Swingin’ London gli dà la scossa per cambiare a sua volta la storia del look e della musica. L’estetica è importante come il suono; anticipa il look beatlesiano di Sgt.Pepper acquistando una giacca militare vittoriana, la divisa del corpo veterinario a cavallo, aggregato agli ussari reali, e una sua foto con quell’abito «provocatorio» (fu insultato per strada da alcuni veterani dell’esercito) è esposta alla National Gallery. Esaspera l’abbigliamento hippy con bracciali, anelli e cinturoni pellerossa, con mantelli e gilet marocchini, con foulard, pantaloni damascati, camicie con jabot e orecchini che la gente aveva visto indossati solo da Burt Lancaster nel Corsaro dell’isola verde. E non sembri gossip, perché l’abito, il gesto e il suono sono tutt’uno nell’iconografia di Jimi. «Un petardo tessile fluorescente», lo definisce Gentile, che prepara il nuovo circo psichedelico dando fuoco alla chitarra, al culmine di Wild Thing, al Festival di Monterey 1967 (tre sole volte incendiò il suo strumento, e l’ultima si ustionò persino le mani, però nessuno le ha più dimenticate) ma soprattutto la fece stridere, gemere, ululare, ringhiare per fondere il rock con il blues, le radici africane con una visione magica e futurista della musica. Ascoltava Muddy Waters ma anche il Messiah di Händel (Hendrix abitò a Brook Street nella casa di fianco a quella del compositore). «Vengo dagli anelli di Saturno», diceva a chi gli chiedeva le sue origini; o forse da ancora più lontano se si ascolta la potenza visionaria di Purple Haze (lui dice che è nata da un sogno ma son chiari i riferimenti all’Lsd), alle esplorazioni di Are You Experience? che anticipano persino l’hip hop, al blues e alle simbologie sciamaniche di Voodoo Child.
Se n’è andato come Orfeo o Keats, baciato dall’eterna giovinezza; la musica l’ha consumato, e chissà cosa avrebbe potuto regalarci ancora, se è vero che prima di morire ha «flirtato» con Miles Davis e poi ha dichiarato: «Ci sono dei suoni che, se non li estrarrò io dalla mia testa per combinarli insieme, nessuno ci riuscirà mai».

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