Jordi Savall chiude MiTo con lo spartito della pace


Quando si udirà il ruggito delle trombe shofar, allora sarà davvero la fine. Tremila anni fa fu la capitolazione di Gerico; questa sera, fuor di leggenda, a terminare sarà l'edizione 2009 del festival MiTo, che si chiude con un messaggio di pace e un invito al dialogo interreligioso: allo Strehler è atteso alle 21 il direttore e violista da gamba Jordi Savall con gli ensemble Hesperion XXI e La Capella Reial de Catalunya, da lui fondati a partire dal 1974 insieme con il soprano Montserrat Figueras, sua compagna d'arte e di vita. Un concerto che si aprirà proprio al suono tremendo e fascinoso delle trombe di corno, costruite ancor oggi come tre millenni fa. In programma «Gerusalemme, città delle due paci»: quella terrena, la pax in terra dei cristiani, e quella spirituale, che giungerà con il Giudizio finale. Un inno al superamento delle barriere culturali e confessionali, lontano anni luce dalle tensioni che lacerano quell'angolo di mondo, e che riassume il senso profondo dell'operazione di Savall, fra i padri della ricerca filologica musicale al pari di mostri sacri come Nikolaus Harnoncourt, Frans Brüggen e Gustav Leonhardt. L'idea, che ha dato origine anche a un progetto discografico uscito nel 2008 per Alia Vox (2 cd e un libretto di oltre 400 pagine in 8 lingue, ottavo volume della collana Raìces e memoria), è quella di mostrare attraverso la musica che il dialogo è possibile. Nella storia di Gerusalemme, in cui si intrecciano in modo drammatico le vicende di ebrei, cristiani e ismailiti, sarebbe proprio la musica a delineare i segni premonitori di una futura concordia. «Sembra un'utopia parlare oggi di pace a Gerusalemme - ha ammesso lo stesso Savall - eppure l'idea di pace è presente, secondo alcuni, nell'etimologia stessa del nome di questa città». Venerata da secoli dai fedeli delle tre religioni del libro, Gerusalemme è culla di una grande varietà di tradizioni musicali, a partire dal re Davide, che fu il più notevole poeta-musicista gerosolimitano del passato. Ancora oggi la città vecchia risuona dei rintocchi delle campane che si diffondono dalle numerose chiese cristiane, delle voci dei muezzin che chiamano alla preghiera, dei canti dei pellegrini che spaziano dalle arie languide degli armeni ai ritmi inconfondibili degli etiopi. E questa sera avremo un esempio di questo unico melting-pot espressivo: brani dagli oracoli sibillini, passi musicati dalle sacre scritture, salmi, danze strumentali, lamenti, canti dall'esilio, marce e voti di pace in arabo, ebraico, latino, armeno, greco, grazie a musicisti provenienti dall'intero bacino del Mediterraneo accompagnati dalla voce recitante di Manuel Forcano. Emozionante sarà l'ascolto di El male rahamim, un canto del 1941 dedicato ai caduti di Auschwitz, presentato in un'incisione storica del 1950. La vicenda è da pellicola: il musicista ebreo Shlomo Katz, avviandosi verso l'esecuzione, chiede all'ufficiale nazista il permesso di intonare il suo lamento: ottenutolo, riesce a scuotere il cuore del suo carnefice al punto che quest'ultimo gli salva la vita aiutandolo a fuggire. Così, nove anni più tardi, Katz può incidere e consegnare alla storia il suo canto: «La musica è, per eccellenza, l'arte della memoria», spiega Savall. Per questo, stasera, sarà un viaggio attraverso le epoche tra musica, poesia, teatro e fede, alla scoperta della città più sacra e più contesa della storia.