
Dal nostro inviato a Venezia
Fatti notevoli di After the Hunt, il film di Luca Guadagnino presentato fuori concorso a Venezia 82: mette alla berlina il mondo delle università Ivy League americane, Yale in particolare, negli studi umanistico-filosofici schiave del decostruttivismo francese, salvo accorgersi, tardivamente, che non resta molto da decostruire e sarebbe meglio ricostruire; mette alla berlina il mondo del politicamente corretto, legato a filo doppio con la decostruzione perché quest'ultima poggia sull'idea che il linguaggio sia uno strumento di potere nelle mani del maschio bianco eterosessuale, e quindi decostruiamo, cioè smascheriamo, il vocabolario e tuteliamo le minoranze; mette alla berlina un mondo morale dove tutti si immaginano discriminati per qualcosa, e chiedono a gran voce la cancellazione delle disuguaglianze, che deraglia nella eliminazione della diversità e nell'omologazione; mette alla berlina un mondo politico (anche le cattedre universitarie sono frutto di scelte ideologiche) che piega il diritto alla legge non scritta dei diritti; mette alla berlina il MeToo e le denunce a orologeria; mette alla berlina la stampa che asseconda il delirio delle rivendicazioni per avere qualche titolo scandalistico e ammantarsi di progressismo; offre un cast memorabile, a partire da Julia Roberts, Andrew Garfield e Michael Stuhlbarg; ci fa ascoltare, come sempre, una colonna sonora da urlo: qui ci sono i premi Oscar Trent Reznor e Atticus Ross, anche noti come Nine Inch Nails, il meglio del meglio.
La trama è presto detta: un ricercatore, Henry, un ottimo Garfield, è accusato di aver stuprato una ragazza nera, figlia di un grande finanziatore di Yale. Nemmeno si fanno le indagini. Viene licenziato, e sembra trascinare nella caduta l'amica e rivale Alma, la sua professoressa (la Roberts). Le conseguenze sono letteralmente imprevedibili, tra discese irrefrenabili e risalite impensabili. Restano molti dubbi e anche mezzi misteri. Quanto basta, in un film fondato quasi interamente sulla parola, per tenere lo spettatore sulle spine. Memorabili i dialoghi che vedono una Roberts disillusa sulle battaglie civili. Ma sarà davvero convinta o recita una parte che alla fine le tornerà utile? Se qualcuno sta pensando a La macchia umana, il grande romanzo di Philip Roth sul politicamente corretto negli atenei americani, non sbaglia, anche se il film è del tutto originale. Guadagnino invece cita Woody Allen, e ci sta. After the Hunt è coraggioso. Chi altri in Italia avrebbe avuto la forza di fare un simile film? Nessuno. Ma probabilmente un film così neppure un regista americano se lo potrebbe permettere. In conferenza stampa emergono altri motivi d'interesse. Julia Roberts: "Il film vuole fotografare un mondo ben preciso, il dipartimento di filosofia, la psicoanalisi, il counseling. È un mondo che lo spettatore può capire o odiare. Non volevamo dare una interpretazione univoca. Volevamo far discutere". Guadagnino: "Per me il film parla del potere. È una dannazione. Volevo capire le motivazioni di chi non accetta di ritirarsi e di adottare uno stile di vita più quieto".
Il film è stato applaudito, anche se qualche cinefilo più o
meno navigato ha storto il naso come sempre accade, incomprensibilmente, davanti alle opere di Guadagnino: forse è troppo bravo per gli standard italiani, e la voce dei critici, in qualche caso, sarà la voce dell'invidia.