L’acqua non è di tutti. È di chi la sa usare Si discute sui referendum relativi alle risorse idriche, ma prima di farlo bisognerebbe capire cosa significa in determinati ambiti la proprietà. Corrisponde alla possibilità e alla capacità di agire

Da settimane si discute sul tema della proprietà dell’acqua, dato che molti invitano a votare «sì» in un paio di referendum, paventando il rischio di privatizzazioni. Le cose non stanno così, poiché al centro dei quesiti c’è tutt’altro, ma vale comunque la pena di chiedersi se l’acqua debba essere «mercificata» e, in quel caso, come si possa raggiungere tale obiettivo.
Per i liberali, proprietà è sinonimo di diritto. Ogni risorsa va dunque lasciata ai legittimi proprietari, i cui diritti sono da riconoscere e tutelare. Da John Locke fino alle più recenti analisi di Robert Nozick e Murray Rothbard, senza proprietà non vi è modo di definire «chi» possa fare «cosa», ma oltre a evitare conflitti la proprietà è legittima perché è frutto dell’incontro tra il lavoro umano e il mondo esterno.
Purtroppo chi oggi si occupa di filosofia politica tende invece a vedere nella proprietà un ostacolo sulla via della giustizia. In particolare, per gli epigoni di John Ralws la ricchezza non va protetta, ma invece distribuita, garantendo a ognuno un ampio spettro di opportunità. Come ha scritto Cécile Fabre, «tra i principi fondamentali delle teorie contemporanee in materia di giustizia c’è l’idea che gli svantaggiati abbiano diritto ad alcune delle risorse degli avvantaggiati». Ne deriva che se proprio non è chiamato a realizzare l’eguaglianza, lo Stato deve almeno ridurre le diversità.
Quanti sono contrari alla proprietà hanno però solo tre alternative: il caos giuridico dei black-block (gli assalti ai supermercati, in cui chi è più prepotente ottiene di più), un comunismo «utopico» e di fatto irrealizzabile (nel quale tutti posseggano tutto, e quindi per utilizzare un bene sia necessario il consenso di ogni altro essere umano) oppure un comunismo «reale» (a parole ogni bene è collettivo, ma le decisioni sull’uso sono prese dal ceto politico-burocratico: da chi controlla lo Stato). In genere, è a quest’ultima soluzione che pensano i fautori dell’acqua pubblica, volendo che sia amministrata dai politici. In verità esistono anche autori - da Hillel Steiner a Michael Otsuka - che hanno cercato di coniugare welfare e proprietà, interpretando quest’ultima quale istituzione libertaria, ma da pensare in senso redistributivo. Resta però da chiedersi cosa sopravviva dell’istituto della proprietà se ogni bene può essere tassato, regolato, sottratto e riassegnato.
Quando si tratta di risorse naturali, la discussione assume poi connotati particolari.
La tradizione liberale si basa sul diritto a colonizzare la natura, così che chi per esempio arriva su un’isola mai prima occupata e inizia a dissodare il terreno diventa il legittimo titolare della porzione di mondo che investe con la sua azione. Per gli autori di scuola socialista, invece, le esigenze egualitarie vanno anteposte a ogni considerazione e, in particolare, non esiste un’appropriazione legittima.
Dal punto di vista storico la terra è cruciale, poiché le discussioni sulla proprietà hanno preso le mosse da lì. Quando però si discute di acqua oppure di aria si è costretti a ragionare su tipo assai diversi e, di conseguenza, «se» e «come» essi possano essere posseduti. In particolare, tra terra e acqua le differenze strutturali sono evidenti, così come le conseguenze che ne discendono.
La terra ha una sua fissità e quindi può essere descritta e riprodotta, come fa un catasto. Ne deriva che per le proprietà immobiliari basta una mappa. L’acqua è invece una realtà dinamica, coinvolta in un ciclo legato all’evaporazione, alle precipitazioni piovose e a molti altri fenomeni complessi: atmosferici, fisici, chimici.
Cosa può voler dire, allora, essere proprietari dell’acqua? Ha senso immaginarne una privatizzazione? Per rispondere alla domanda può essere utile rifarsi a un saggio che Rothbard scrisse nel 1982 per il Cato Journal sul rapporto tra aria e proprietà («Law, Property Rights, and Air Pollution»), muovendo dalla constatazione che proprietario è essenzialmente colui che può compiere certe azioni in esclusiva, senza che altri lo ostacolino o disturbino.
Chi possiede un terreno coltivabile può seminarlo e raccogliere i frutti, impedendo ogni atto altrui che interferisca con la sua attività. Ma cosa possiede in senso materiale chi invece ha un diritto riguardante la facoltà di volare in aereo da Chicago a Los Angeles, ipotizzando che questo non dipenda da autorizzazioni revocabili, ma da solidi diritti di proprietà (anche commerciabili)? Molto semplicemente, in quel contesto giuridico un proprietario possiede la facoltà di muovere i propri velivoli in certi orari e lungo talune tratte. Quando poi il titolo deriva da una colonizzazione dell’aria, poiché quell’impresa ha iniziato a collegare le due città quando nessuno lo faceva, abbiamo a che fare con un’appropriazione originaria degli spazi aerei che non produce alcuna «parcellizzazione» in senso materiale dell’aria, che ne di un pezzo a Tizio e un altro a Caio.
Spostandoci dalla proprietà della terra a quella dell’aria o dell’acqua, si comprende come la proprietà non riguardi allora essenzialmente «oggetti», ma «azioni». È questo lo schema che talvolta è stato utilizzato per attribuire titoli di proprietà - al posto di concessioni - a quanti trasmettono programmi radiofonici via etere. Quando negli anni Settanta i pretori tutelavano le prime radio libere dinanzi alle interferenze causate dai «secondi arrivati», essi riconoscevano non già un titolo di proprietà su una cosa, ma invece il diritto a compiere un’attività: nel caso specifico, a trasmettere programmi a una certa lunghezza d’onda e con una determinata potenza.
Una vera privatizzazione dell’acqua dovrebbe allora avvenire, ad esempio, consegnando agli agricoltori che usano i canali d’irrigazione un pieno riconoscimento proprietario a disporre di quell’acqua in determinati giorni, e non solo un semplice permesso amministrativo. Questo porterebbe a catasti di tipo completamente nuovo, cui non va affidato il compito di fare l’inventario dei beni che compongono il mondo esterno, ma che avrebbero invece il compito di descrivere chi può utilizzare e in che modo l’acqua di questo o quel pozzo, acquedotto o litorale: essenzialmente sulla base di diritti storici.
Fare emergere questi nuovi proprietari è necessario perché l’istituto della proprietà privata porta a un utilizzo responsabile delle risorse, mentre di ciò che è di tutti non si preoccupa nessuno (come già rilevava Aristotele). Per giunta, la proprietà riduce i conflitti, dato che definisce un sistema di regole molto stabile, evitando anche favoritismi politici e sprechi burocratici. Se oggi l’acqua è gestita male, è perché si trova in mano ad apparati statali: esattamente come le ferrovie o le poste.


Alla radice, ad ogni modo, c’è soprattutto un'esigenza di autonomia della società dal potere, perché se anche in tali ambiti non sarà messo in moto un processo di privatizzazione, la libertà si restringerà sempre più, mentre la vita sociale resterà nelle mani di vecchie e nuove nomenklature.

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