L’analisi L’Europa non può permettersi di perdere Ankara

I morti ammazzati sulla nave turca che guidava la flottiglia verso Gaza non sono morti per portare aiuti umanitari ai palestinesi, ma per le aspirazioni della Turchia al ruolo di potenza regionale nell'area, capace di sfidare Israele, in competizione con l'Iran. L'organizzazione umanitaria islamista turca che ha organizzato la spedizione navale è formalmente non governativa, ma di fatto vicina al governo, che nei giorni scorsi aveva premuto su Israele perché desse via libera. E se la Turchia si è messa su questa linea è anche perché l'Europa le ha sbattuto la porta in faccia, al tempo stesso premendo perché facesse riforme interne di carattere costituzionale per portarsi a standard europei in vista dell'accesso all'Unione. Così, il ruolo delle forze armate, alle quali secondo il dettato di Ataturk spettava di vigilare sul carattere laico dello Stato, è stato svuotato dal partito islamista del premier Erdogan, al potere dal 2003, che coprendosi le spalle con i requisiti richiesti da Bruxelles, le ha messe fuori gioco facendo avanzare ad ogni livello organismi ed esponenti di una fantomatica società civile appoggiata alla moschea e al minareto.
Fino ad allora, le spinte in questo senso erano state controllate dai militari, che avevano con le spicce mandato a casa governi di tinta islamista, predisponendo elezioni da cui uscissero maggioranze laiche e di sostegno alla Nato, a conferma che Ankara legava i suoi destini non al Medio Oriente, ma all'Atlantico fino alla Norvegia, anch'essa membro dell'Alleanza.
Non è più così. Erdogan, attenuate in superficie le spinte religiose del suo partito, ha perseguito l'ingresso in Europa come i suoi predecessori, ma di fatto, salvo l'appoggio dell'Italia, si è visto chiudere le porte, in una fase in cui tutto cambiava negli scenari internazionali, e mentre in più Paesi si metteva sotto accusa la Turchia odierna per eventi di un secolo fa: non strage degli armeni, ma "genocidio" per i cultori della semantica applicata alla storia; i curdi, non minoranza, certo degna di tutela, ma nazione degna di piena indipendenza. Ne ha approfittato su due fronti. All'interno, prove di forza coi militari facendosi scudo delle richieste europee, arrivando di recente a mettere agli arresti decine di generali con accuse di tentare colpi di Stato. All'esterno, favorito dalla posizione geostrategica, rapporti con la Russia per i gasdotti, e con l'Iran in un gioco di buone relazioni e competizione sulla regione, allungando l'ombra su Siria e Irak. La Turchia tornava a essere la Sublime Porta dell'impero ottomano che fino al 1918 si estendeva sull'intera regione. E così, mentre l'Europa perdeva Ankara, Israele perdeva il suo unico alleato nell'area, per di più musulmano: per anni le forze israeliane si sono addestrate in Turchia. Nessuna delle due parti ha perso occasione per far accumular tensione, dal plateale scontro Erdogan-Peres a Davos l'anno scorso su Gaza, al recente accordo di Turchia e Brasile con l'Iran sul nucleare, dismesso da Stati Uniti, Israele e le altre potenze. La flottiglia è solo la più tragica delle sfide ultime: formalmente non è governativa, ma Ankara ha fatto il possibile perché cercasse di superare il blocco navale di Israele. Dopo la lunga alleanza, la flottiglia umanitaria che umiliasse Israele era il miglior strumento per reclamare il primato di difensore dei palestinesi di Gaza: in concorrenza con l'Iran. Come sempre, in tanti a preoccuparsi dei palestinesi: ognuno per i propri interessi.

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