L’Arte povera? Ha impoverito i musei

I ntorno al 1968 il 24enne piemontese Gilberto Zorio scrive insistentemente la parola «Odio», sulla propria pelle, sul vetro, con le corde. Negli stessi anni Michelangelo Pistoletto scopre le superfici specchianti come superamento della pittura e Giuseppe Penone preleva interi tronchi d’albero dai boschi per portarli nelle sale del museo. Jannis Kounellis diventa famoso per avere esposto alla Biennale di Venezia alcuni cavalli veri, mentre il più classico Giulio Paolini elucubra teorie sul retro della tela come unica possibilità della pittura.
Parliamo degli esponenti più importanti dell’Arte povera, il movimento fondato nel 1967 da Germano Celant. Passati quarantatré anni, molte cose sono cambiate, eppure la poetica di questo gruppo non si è spostata di una virgola. Intatto, soprattutto, è il dissenso verso chi sceglie diverse direzioni, nella cultura come nella politica, cui nel democratico mondo dell’arte non è concesso diritto di cittadinanza né di esistenza. L’Arte povera (il sistema globale concorda nel ritenerla l’unica proposta italiana internazionalmente valida dopo il Futurismo) ha cancellato qualsiasi altro linguaggio e forma. Ha costituito una rete invalicabile di protezioni che nessuno è in grado di scalfire, neppure chi sarebbe lontano per incompatibilità ideologica. Si è costruita propri musei che ha progressivamente desertificato pur continuando a spremere il contribuente cui non è proposto alcuno spiraglio alternativo. Ha goduto della connivenza politica, soprattutto a sinistra e recentemente anche a destra, grazie all’abilità del curatore sia di rispolverare quei termini populisti che un tempo solleticavano i radical chic, sia quei capitalisti così disprezzati ma che hanno permesso all’Arte povera di fare il bello e il cattivo tempo, «dimenticando» tutto ciò che non fosse omologato, a cominciare dai primi «compagni di strada», il troppo ironico Alighiero Boetti (recuperato solo post mortem) o l’Aldo Mondino «venduto» al mercato.
Alla scorsa Biennale di Venezia Michelangelo Pistoletto ha compiuto un gesto davvero irreversibile, frantumando un’intera installazione di specchi. Lui sostiene di essersi liberato di un peso, ma involontariamente ha interpretato il sentimento di molti che non ne possono più di entrare in un museo e vedere la stessa formula ripetuta all’infinito, davanti alla quale i critici continuano a genuflettersi con interpretazioni elementari. Al pubblico pagante, è statisticamente dimostrato, queste trovate non interessano, eppure siamo ancora fermi lì, al 1968.
L’Arte povera ha impedito all’arte italiana di crescere producendo una serie di cloni fuori tempo che, essendo al massimo degli imitatori, non ha alcuna possibilità di successo. Al suo cospetto persino la Transavanguardia risulta un incidente di percorso. Che questo Paese non abbia nessuna voglia di cambiare lo dimostra il faraonico progetto, presentato nei giorni scorsi alla stampa, di incentrare la programmazione del 2011 nei principali musei d’arte contemporanea proprio sull’Arte povera. Casualmente questa data coincide con il 150° anniversario dell’Unità d'Italia: la politica, con l’imbarazzante silenzio-assenso del centro destra, ha scelto a simbolo di concordia un’arte incapace di unire ma piuttosto di continuare a dividere aspramente in opposte fazioni.
L’Arte povera è lo specchio della vecchia Italia protetta e assistita, rappresenta la roccaforte del reducismo sessantottino mutatosi geneticamente in classe dirigente. Quanto costerà quest’ennesima superflua celebrazione, da Torino (che straborda di poveristi a Rivoli e alla GAM, almeno potevano scegliere un’altra città) a Napoli, da Bologna a Roma passando per Genova, e quanto pubblico coinvolgerà? Non bisogna chiederne conto, sennò sei provinciale, contro l’innovazione, un reazionario e non capisci niente.
Stupisce aver visto in platea critici avanti con l’età plaudere al faraonico mausoleo di Celant, lui che agli altri non lascia neppure le briciole, ossequianti un maestro senza neppure lo straccio di un allievo. Sconcerta che al tavolo dei conferenzieri fossero seduti prevalentemente funzionari di carriera promossi (da chi?) a direttori di museo, ruolo un tempo occupato da storici o comunque cultori della materia. Scandalizza l’equivoco di considerare progressista e attuale un’arte iperconservatrice che insiste nel fermare il tempo a quarant’anni fa, ideologicamente guasta e collusa con il potere dei soldi. Un’arte che ha impedito agli altri di esprimersi, cancellando generazione dopo generazione chi ha reclamato la propria diversità, compresi i propri sprovveduti incensatori. Ecco il vero dramma: chi vola libero e incurante del sistema, chi rivendica il diritto di un suo gusto personale, chi non si vergogna di amare la bellezza nel loro giudizio è passatista e reazionario.
Ma quale spirito di conciliazione! La cultura in Italia continua a dividere ancor più della politica. Inutile tentare un accordo con chi minimizza e ridicolizza il giudizio del pubblico, perché la gente ha gusti rozzi e provinciali. A loro basta il consenso degli arruolati, tanto gli stilisti passano i vestiti neri e il resto lo paga Pantalone.

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