L’ex giudice. Tutta colpa dell’Anm che si preoccupa solo di far politica

I fatti. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta bolla pubblicamente l'Associazione nazionale magistrati come un «mostro le cui correnti si riproducono nel Csm», affermando che per questo «bisogna tagliare la cinghia di trasmissione».
Apriti cielo! Il segretario della Anm Giuseppe Cascini replica, piccato, che il ministro spande fumo «per coprire le sue gravi inadempienze»; il componente del Csm Giuseppe Maria Berruti accusa il ministro di «assoluta ignoranza» sul lavoro di tale organo in ordine alla riforma di Castelli; dal Pd, Donatella Ferranti invita il ministro a prendersela con se stesso o con la sua maggioranza per eventuali «storture»; il vicepresidente della Anm Gioacchino Natoli lo accusa di dire «cose non vere». Si potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui.
È infatti sufficiente il tenore assai irritato e perfino scomposto di queste reazioni alle parole di Brunetta per far riflettere.
Innanzitutto, il ministro Brunetta non ha detto nulla di nuovo, denunciando la presenza esiziale delle correnti nell'ambito della Anm e la nefanda influenza delle stesse sul Csm.
Sono censure ormai note da decenni e che hanno occupato l'interesse di seminari, convegni, tavole rotonde, pubblicazioni specializzate, dibattiti giornalistici.
Ma allora perché i personaggi di cui sopra se la sono presa tanto? Non bastava rispondere con una scrollata di spalle o con parole di circostanza, come tante volte accaduto in passato?
No, evidentemente non bastava. Insomma, questa reazione lascia pensare che Brunetta abbia toccato un nervo scoperto particolarmente sensibile e che invece merita la massima attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche.
Ciò è probabilmente accaduto da due versanti.
Il primo sta semplicemente nel fatto che ad esprimere quelle censure sia stato non il politico di turno e neppure il ministro di Grazia e Giustizia Alfano, interlocutore tradizionale in quanto istituzionale della Anm.
Qui invece, e inaspettatamente, i magistrati si trovano davanti, in veste di motivato ed esigente critico, un ministro estraneo al loro tradizionale territorio di intervento: non se l'aspettavano per nulla e perciò si mostrano impreparati, perfino a disagio.
Vuoi mettere un bel ministro di Grazia e Giustizia come si deve? Un ministro che - quando più e quando meno - si può riuscire a condizionare fino al punto da farlo ritenere, come si diceva del sovrano d'Inghilterra, un «re che regna e non governa»... E infatti, a pensarci bene, nel nostro sistema, il ministro di Grazia e Giustizia non ha in pratica alcun potere sui magistrati, tanto meno sul Csm. Non solo: egli li ha addirittura in casa. Il ministero che dirige infatti è zeppo di magistrati e soltanto i magistrati possono interloquire con lui sui metodi e sui contenuti.
Non a caso qualcuno ha potuto affermare che dal punto di vista istituzionale egli è quasi sotto tutela: Alfano prova virtuosamente a sottrarsi e a cambiare le cose ed ha già dato segnali importanti, ma ha certamente bisogno di aiuto. Brunetta perciò spaventa la Anm in quanto non è in alcun modo controllabile.
Il secondo versante che innervosisce parecchio la Anm sta nel fatto che i correttivi che Brunetta propone si esplicano tutti sul piano amministrativo-organizzativo, che è quello su cui la Anm non è avvezza ad essere criticata, preferendo piuttosto interloquire su aspetti strettamente politici, nel cui ambito si dipana la bravura e la militanza dell'associazione.
Si badi: a innervosirsi con e per Brunetta non sono i magistrati, ma è la Anm, che è cosa ben diversa. Al di là delle opinioni di Brunetta, i magistrati, singolarmente considerati, sono in larga maggioranza persone correttissime e laboriose, capaci anche di sacrifici personali per rendere adeguatamente giustizia a chi la chieda (anche se, come tutti, esposti all'errore).
Il problema sono invece la Anm e la invadenza delle correnti che essa propizia, alleva, nutre e propaga. Brunetta lo sa e propone perciò di troncare il cordone ombelicale che lega le correnti al Csm, cominciando ad operare dall’aspetto pratico. Quanto lavorano alcuni magistrati? Quanto tempo decorre prima del deposito di un provvedimento? Quante assenze fanno mediamente? Quanto fanno spendere all'Erario in modo inutile? Come organizzano il lavoro interno degli uffici?
Sono domande da poco, naturalmente. Ma ogni domanda per chi non sa o, peggio, non vuole rispondere è una domanda terribile.