L’intervento Lavoratori nel capitale, la strada dei fondi pensione

Ieri è cominciato il confronto tra governo e parti sociali sul tema della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese per un diverso e più proficuo rapporto tra capitale e lavoro. Sul piano culturale l’idea affascina ma sul terreno della praticabilità va approfondita onde evitare pasticci. Se, come è stato detto, i lavoratori devono partecipare agli utili dell’azienda per meglio motivare il proprio senso di appartenenza con annessi premi e sacrifici bisogna capire dove e come si colloca questo nuovo aspetto remunerativo del lavoro. Il doppio livello di contrattazione, è la cornice nella quale poter discutere di questa idea tenendo presente i rischi che comporta. Se, infatti, nella trattativa nazionale o decentrata nella quale una parte del salario è legata alla produttività viene introdotta anche una partecipazione agli utili dei dipendenti, sarà gioco fin troppo facile per il datore di lavoro ridurre una parte di questo salario dal momento che all’orizzonte di fine anno c’è anche l’altro premio, quello della partecipazione agli utili. Anche perché per le aziende sarebbe comunque un maggior costo. Tutto ciò rischia di essere un motivo di tensione perché non è detto che l’azienda faccia sempre utili. D’altro canto i sindacati, in questa ipotesi, pur non dovendo entrare nella gestione, chiederebbero correttamente per le medie-grandi imprese la presenza negli organi di controllo (collegio sindacale) e/o negli organismi di audit interni. quanto meno per conoscere nel dettaglio le scelte di gestione e quelle in materia contabile che possono far variare il livello di utili. Forse c’è un’altra strada che meglio potrebbe legare capitale e lavoro ed è quella dei fondi pensioni che dovrebbero, con la prudenza necessaria, servire più la produzione di beni e servizi che non la finanza con tutte le sue diavolerie spesso truffaldine. Questa strada è diversa da quella sin qui seguita dai fondi pensioni che al 31.12.2008 hanno impiegato i 60 miliardi di euro raccolti per il 60% in obbligazioni prevalentemente estere, per il 15% in immobili, per il 15% in azioni, dando risultati che sono stati molto deludenti anche per via della crisi.
La nostra proposta, invece, riguarderebbe l’ingresso nel capitale di un’azienda dei fondi pensione dopo una trattativa e una «due diligence» sui bilanci dell’impresa e sui relativi business-plan. Partecipando al capitale, allora, si ha necessariamente una partecipazione agli utili dei lavoratori. Nel frattempo però si offre anche alle aziende un nuovo socio finanziario che le patrimonializza rappresentando nel contempo l’interesse dei dipendenti. Gli utili così incassati si trasferirebbero in maggiori risorse alla previdenza integrativa, quella che renderà meno poveri coloro che vanno in pensione tra 10-15 anni e che dalla pensione pubblica sì e no otterranno il 50% dell’ultimo salario. Un livello di povertà assoluta. Naturalmente la partecipazione al capitale delle aziende da parte dei fondi pensione va fatta con prudenza garantendosi, per l’eventuale rischio, con altri investimenti diversificati per evitare che la pensione integrativa possa improvvisamente scomparire come è accaduto nei Paesi anglosassoni dove la finanza la fa da padrone. Insomma fondi pensione e partecipazioni agli utili sono strumenti che a nostro giudizio dovrebbero intrecciarsi mentre il governo dovrebbe ridurre o azzerare il prelievo tributario sui rendimenti dei fondi pensione ed eliminare la tassazione sul secondo livello di contrattazione. In una stagione come quella che stiamo vivendo questa manovra fiscale può essere uno degli strumenti più importanti per dare stimolo alla domanda ed all’offerta. Gli oneri finanziari per il bilancio dello Stato sarebbero ampiamente ripagati da una crescita più robusta e da un conseguente maggior gettito tributario. Non abbiamo come al solito la verità in tasca ma ci sembra che fuori da queste coordinate un’idea utile possa naufragare in un pasticcio.

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