L’INTERVISTA IL POLIZIOTTO

«Ho iniziato quando nella curva del Verona hanno impiccato un manichino nero e lo hanno buttato giù». Si chiama Roberto Osellini, ispettore di polizia di Stato: «Dovrei aggiungere in congedo, ma un ispettore di polizia non va mai in congedo. Dopo quell’episodio il ministero dell’Interno aveva deciso di intervenire pesante dando una collocazione scientifica al fenomeno ultrà. Sono nate le squadre tifosi, noi siamo stati i primi».
Che idea si è fatto?
«C’è un sistema educativo che non funziona, negli ultimi quarant’anni la distanza fra padri e figli si è impennata, ho tentato di far capire che quanto accade in curva è l’urlo di un disagio».
Conosce qualcuno che non vive disagi?
«Qui sono evidenti e pericolosi. Un anno fa a Verona è stato ucciso per strada un ragazzo a calci. Uno dei potenziali esecutori appartiene a una frangia estremista ultrà».
Chi li comanda?
«Non c’è un capo, uno parte e partono tutti. C’è invece un’area delinquenziale elevata, qui c’è gente che fa il criminale a tempo pieno, tutta la settimana. E in mezzo trovi lo studente e il professionista quarantenne con il coltello in tasca che alla domenica ti tirano una pietra in testa».
Li conoscete?
«Giravamo sotto copertura, poi il rischio di finire giù da un pullman in corsa era elevato e abbiamo deciso di lavorare in chiaro. Di un ultrà avevamo 58 fotografie segnaletiche, l’avrei potuto riconoscere dai lacci delle scarpe».
Lei come si comportava?
«Da fratello maggiore, più operatore sociale che poliziotto, li ho sempre sentiti figli miei».
Quanto avete pagato?
«Personalmente tanto, con invalidità permanenti. E a menarmi non sono stati gli ultrà».
Altri poliziotti ci hanno spiegato che muovendosi in borghese vengono confusi e nelle cariche può succedere.
«Diciamo che può succedere anche quello e magari dell’altro».
Si spieghi.
«Arriviamo a Torino con 14 pullman di tifosi e la scorta ci porta dritti sotto la curva della Juventus. A quel punto chi li ferma. Come a Salerno con cento ultrà su due pullman, venti minuti di battaglia, siamo tornati in treno, i pullman dallo sfasciacarrozze. La scorta si era confusa?».
Vuole chiarirci l’episodio in cui è stato menato dai suoi stessi colleghi?
«Se sei un ultrà e parli con un poliziotto diventi un infame. Se sei un poliziotto e parli con gli ultrà è uguale. Se sei uno che capisce ti menano».
È un’accusa grave.
«Il mio diario di quei giorni è al ministero dell’Interno».
Ma gli ultrà vi vogliono?
«La settimana che ha preceduto la partita con il Bologna eravamo in allarme, una tifoseria dichiaratamente di destra e una di sinistra. Ci è arrivata una segnalazione da una serie di negozi che denunciavano la vendita di mazze, bastoni che si usano per infilarci un’ascia o un piccone. Siamo entrati al Bentegodi, le abbiamo trovate e al loro posto ho fatto mettere dei mattarelli di carnevale e un biglietto con il mio nome e il telefono, c’era scritto: chiamatemi. Due di loro erano figli di uno stimato psichiatra».
Che ritorno c’è a fare il capo ultrà?
«Per tre ore sono il migliore, posso fare quello che voglio. E poi non è vero che non c’è guadagno, troppi capi si sono fatti un negozio, è noto».
Cosa pensa della tessera del tifoso?
«Vogliamo scherzare?».
Dell’Osservatorio?
«Un elemento utile, ma da quando è nato nel ’70 il fenomeno ultrà, ci si ostina a dare provvedimenti repressivi. Da sole le forze dell’ordine non possono risolvere il problema».
E dei Daspo?
«Se lo dai a un ragazzino lo fai diventare importante».
E degli stewards?
«Un panino fra polizia e ultrà».
Che scenario si attende?
«Ho previsto la formazione di tifoserie europee ancora più organizzate e più violente».

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