L’odissea dell’eroina del Mac Mahon

Dopo il folgorante successo del «Ponte della Ghisolfa» con quei racconti traboccanti di nebbia e di solitudine sulla condizione degli emarginati nella Milano che si avviava al miracolo economico, Giovanni Testori alla seconda tappa della fortunata trilogia intitolata ai «Segreti di Milano», crea nel 1959 una straordinaria figura femminile. Ossia «La Gilda del Mac Mahon», una dolente Maria Addolorata dei bassifondi che per amore del suo uomo in galera per ricettazione si prostituisce lungo il viale di periferia da sempre associato al suo nome. E che, sempre per amore, prima seduce e poi tradisce un cliente invaghitosi di lei che sempre quel Gino bastardo e traditore di cui è innamorata colloca ad arte sulla sua strada perché si impadronisca, a suo nome, di una manciata di soldi. Presto investiti nel mestiere osceno della delazione a scapito esclusivo di Gilda, la Rita Hayworth di questa Lombardia in perpetuo degrado che il poeta di Novate, memore dei Santissimi Innocenti cui dedicò il famoso saggio «Nella cappella della strage», eleva a matriarca del dolore universale. Per poi concedere a lei, come alla «Maria Brasca» del suo dramma successivo, la gioia pagana e spensierata dei sensi. Ora la «Gilda», che invano tentarono di portare in scena sia la compianta Lauretta Masiero che l'evergreen Rosalina Neri, approda finalmente sul palcoscenico. Grazie al regista Lorenzo Loris, da tempo innamorato di questa icona del paesaggio lombardo che, fino al 23 maggio, la resuscita per noi all'Out-Off (info: 02-34532140, www.teatrooutoff.it) con a un'interprete di qualità come la giovane Elena Callegari, che ci deliziò pochi mesi or sono nei panni di Corallina, la «Serva amorosa» prediletta del cogidor Carlo Goldoni. Sullo sfondo neutro e atemporale di una scena vuota, solo ingentilita ai lati da due gigantografie in bianco e nero che, come in un film neorealista, suscitano l'immagine di quella metropoli in via d'evoluzione dominata dal bianco scheletro dei primi grattacieli anni Sessanta, il musicista Matteo Pennese vomita le languide note del suo sassofono davanti a Gilda. Come se la sua figuretta di amante assente e silenzioso, evocata dal ricordo lancinante della donna, si materializzasse per incanto davanti a noi. Dietro a quei due, lui tutt'uno col suo strumento come il mitico pifferaio di Hamelin e lei tutt'uno col suo tormento che sfoglia davanti a noi come una rosa nella sua affettuosa parlata densa di impasti gergali del tempo che fu, si rizza non un patibolo ma una piccola scala d'avanspettacolo. Come si conviene a questa diva in sfacelo uscita dalla periferia urbana che, mentre declama la sua patetica odissea per fortuna avviata all'happy end, sogna non di assistere ma di prendere il posto addirittura della Wandissima. Quella Osiris che, negli anni Cinquanta, il giovanissimo Testori applaudiva frenetico quando dalla platea la vedeva scender le scale al Nuovo nelle fantasmagoriche riviste di Remigio Paone. Ed anni dopo, all'Odeon, salutava con nostalgico rimpianto quando la troupe di Felice Musazzi la evocava dal profondo nella mimica esilarante di Toni Barlocco, la Mabilia di Legnano che, più Wanda della stessa Wanda, confessava con grazia di dover tutto alla Gilda del Mac Mahon.

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