L’offerta libera è démodé: per accendere una candela si spendono anche due euro

Dal minimo di cinquanta centesimi al picco di due euro: sono questi i «prezzi» attuali delle candele votive nelle chiese romane. Senza dimenticare le poche e sempre più rare che ancora accettano l’offerta libera, infatti, nella maggior parte delle chiese capitoline, quest’estate, le «offerte» sono a prezzo fisso. Basta entrare in quelle del centro per rendersene conto. Dove si trovano ceri e candele, accanto alla dicitura «offerta» si legge la traduzione in cifre, che varia di indirizzo in indirizzo, secondo non ben definiti, o comunque scarsamente intellegibili criteri, che sembrano dividere le chiese - e di conseguenza, le preghiere - in serie A e B, categoria lusso o economica.
Se, per tradizione, per accendere un cero davanti alle immagini sacre si è sempre dovuta lasciare un’offerta secondo la propria disponibilità, oggi le chiese, forse fidandosi meno della generosità dei fedeli, impongono tariffe precise. A far variare l’offerta, quindi, non sono più le risorse di chi prega ma le regole del luogo in cui è entrato. Le candele più «care» sono nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, che affaccia su fontana di Trevi. Appena varcato l’ingresso c’è un banchetto con due contenitori di ceri, sui quali campeggia a caratteri cubitali il prezzo: due euro l’uno. A chi fa notare che la cifra è alta e non alla portata di tutti, i preti rispondono che possono andare bene pure offerte libere. Per avere il «permesso» di pagare meno, però, bisogna chiedere e sono in pochi a farlo, data la grandezza e l’evidenza del cartello esposto.
A influire sul prezzo sembra essere la posizione della chiesa. Se di fronte a Fontana di Trevi, tappa obbligata per ogni turista, il costo è due euro, il prezzo si riduce del cinquanta per cento rimanendo in una zona di visita ma lievemente defilata rispetto all’itinerario tipico delle comitive. Così a Santa Maria della Consolazione al Foro Romano, le candele costano un euro. A rafforzare la teoria del peso della «vista», è la scarsa rilevanza che sembra avere il materiale. Il prezzo, infatti, è uguale sia per le candele in cera che per quelle elettriche. Alle spalle del Campidoglio il costo è un euro, di fronte, però, è cinquanta centesimi. Tanto si paga per accendere un cero a Santa Maria in Campitelli. Stessa «tariffa» a Santa Maria sopra Minerva e Santa Maria in Cosmedin.
Le tante chiese dell’Aventino evidenziano la discrezionalità del «listino». Se a Santa Sabina per un cero si pagano cinquanta centesimi, nella vicina Sant’Alessio l’offerta è libera, senza che nulla giustifichi la disparità delle richieste. Non sono solo nei costi delle candele le sorprese delle chiese romane. A Santa Maria in Campitelli è stato collocato un distributore automatico di «immagini sacre in pvc»: basta inserire una moneta da un euro per avere un santino plastificato di Santa Maria in Portico o San Giovanni Leonardi. A Santa Maria della Consolazione, come spiega un cartello sul portone, per confessarsi bisogna citofonare o telefonare ai padri cappuccini. A Santa Maria in Cosmedin la possibilità non sembra essere contemplata. I confessionali sono collocati contro il muro in modo da essere inutilizzabili e chiusi con un sistema di cordoni. Inoltre, per fare una foto - e una soltanto - alla Bocca della verità, si pagano cinquanta centesimi, con tanto di personale che verifica che il turista paghi e faccia un unico scatto.
Un foglio sul portone di Sant’Alessio ricorda a chi entra in chiesa - evidentemente, più turisti che fedeli - le elementari regole per visitare un luogo di culto, a cominciare dal silenzio: «La Basilica è un luogo diverso dal cortile, dalla strada, dal supermercato, dal museo, dall’ufficio, da casa tua». Poco distante, a Sant’Anselmo si annuncia la chiusura della chiesa per tutto agosto. Il negozio benedettino interno alla struttura, però, è aperto e, assicurano i dipendenti, «chiuderà solo un paio di giorni a Ferragosto».

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