L’onda verde convincerà le banche ad aiutare il territorio

Tra le questioni aperte dalla vittoria del centrodestra e in particolare leghista alle Regionali attira l’attenzione di ambienti della finanza, con toni felpati ma non meno appassionati, il peso che i nuovi presidenti «padani» eserciteranno sulle fondazioni bancarie. Enti importanti come la Fondazione Cassa di risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, Fondazione Cassa di risparmio di Torino, Fondazione Cassamarca di Treviso, che nella formazione dei loro organi statutari prevedono una certa influenza degli enti territoriali con un buon peso delle Regioni e sono tra i soci più influenti di Unicredit.
Sulle prime l’impostazione era stata: aiuto arrivano i barbari! Poi, forse facendo di necessità virtù, ora è tutto un «in fin dei conti la Lega è partito radicato sul territorio, i suoi quadri sono espressione della società civile molto più che per tante altre forze politiche». E via trasformando il panico in autoconsolazione. A mio avviso chi si aspetta un intervento leghista invasivo nelle più grandi realtà finanziarie del Paese, non comprende il ruolo che il partito di Umberto Bossi (nella foto) sta apprestandosi a giocare: passando dalla fase movimentista a quella di governo i padani, pur non alieni da forme di ampia presenza pubblica nell’economia, non si ripropongono di riprodurre le forme di intreccio tra politica e finanza tipiche dei democristiani in questo Secondo dopoguerra. Dietro i cattolici che «entrarono» in banca dalla politica per tutto il Secondo dopoguerra - un nome per tutti il mitico innovatore e condottiero della Cariplo Giordano Dell’Amore - c’era una grande cultura, reti, professionalità diffuse che avevano pari dignità con i nittiani che guidarono le banche pubbliche «laiche» dagli anni Trenta in poi.
Usare le fondazioni bancarie per pascolare interessi politici come in parte i leghisti fecero negli anni Novanta non è più nei loro interessi strategici. Anche solo perché mettersi a fare giochetti per micro interessi di parte o partito con vecchi volponi democristiani rodati da anni di esperienza, significa destinarsi al suicidio. Tutti si ricordano come andò a finire quando i leghisti si prestarono a operazioni in questo senso. D’altra parte la larga sintonia con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è un ostacolo a qualsiasi intervento che rischi di degradare i nostri maggiori istituti di credito. Più che questioni di lottizzazione, dalle Regioni guidate da Roberto Cota e Luigi Zaia verrà un invito a confrontarsi sulle questioni strategiche degli istituti partecipati dal territorio. Noi abbiamo manager bancari formidabili nelle ristrutturazioni, capaci di recuperare fino all’ultima risorsa sprecata nell’organizzazione di una banca da loro amministrata. Il che, in un sistema che poggia su uno dei massimi risparmi privati del mondo e su una certa licenza di spremitura dei clienti, comporta per chi razionalizza il mettere un turbo nel motore. Poi però un istituto di credito non è solo gestione perfetta del retail, è anche capacità di affiancare lo sviluppo del territorio e di interloquire con la crescita dei grandi gruppi industriali. In quel senso qualche problema c’è stato nell’ultima fase. Per certi versi la capitale della finanza, Milano, si è trovata dietro alla famigerata Roma ladrona che si sviluppava industrialmente. Su questi temi chi deve fare i conti con un territorio guidato dalla Lega probabilmente incontrerà interlocutori più incalzanti. Gente un po’ rozza che pretende di avere a che fare con banchieri e non solo manager bancari.
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