L’oro di Razzoli finale di consolazione di Olimpiadi amare

di Oscar Eleni

Facciamoci prestare tutte le bottiglie della collezione vini di casa Razzoli o, magari, quelle mai consumate nella sempre troppo affollata Casa Italia, per non soffrire troppo nel viaggio di ritorno della squadra azzurra dalle Olimpiadi di Vancouver.
Bere in compagnia per dimenticare le grandi delusioni, i pochi momenti di felicità, anche se siamo sempre gli stessi quando dobbiamo tormentare per un mese quelli che, magari, trascuriamo per quattro anni, guardate cosa è capitato al povero Fabris eroe di Torino, i troppi per cui non facciamo molto quando si deve reclutare.
Bisogna anche ammettere, però, che soldi ne sono stati investiti tanti per la preparazione olimpica, ma spesso arrivare soltanto alla fine cercando di capire cosa non funziona tecnicamente, nell'allenamento, coi materiali, porta ad inforcare. Cosa che, fortunatamente, non è accaduta al ragazzo di Razzolo Villa Minozzo che fra i suoi segreti non ha il Lambrusco, ma il buon cibo e la passione per le belle dormite e le cose difficili che, un tempo, esaltavano Alberto Tomba o Maurilio De Zolt, mandando alla neuro chi li seguiva, chi li affrontava.
L’Olimpiade è come la giovinezza: una volta passata non torna più. Sarà questo che tormenta troppo i nostri rappresentanti, gente che scopre la meraviglia del tormento psicologico che fa diventare complicate anche le persone più semplici.
Diciamoci la verità: pensavamo che tutte le luci si fossero spente nel giorno in cui andavamo a terra con Carolina Kostner, ma per fortuna quel ragazzo emiliano nella nebbia di Whistler Mountain ha cambiato un po' le cose, ridando anche il senso della misura al presidente del Coni Gianni Petrucci che il giorno dopo le lacrime e il disastro della nostra pattinatrice aveva colpito duro, come mai in passato, dichiarando che la campionessa d'Europa non era, in verità, una campionessa affidabile.
Succede spesso di esagerare, ma poi la notte porta consiglio e l'analisi logica alla fine dei Giochi, mentre Mario Pescante, numero due del Cio, cercava di non litigare con i canadesi per le dichiarazioni incaute di Evelina Christillin, vicepresidente vicario di Torino olimpica, è apparsa più misurata, più adatta ad un grande dirigente, più solidale nei confronti dei molti che hanno sbagliato. «È stata una sofferenza - ha ammesso Petrucci -, sono stati Giochi in chiaroscuro. L’oro ha interrotto la Quaresima, ma per noi non sono state Olimpiadi esaltanti».
Eh sì, a Vancouver sono state tante le cadute: problemi tecnici evidenti, come ha giustamente detto più volte, nelle sue brillanti osservazioni in video, l'ex commissario tecnico dello sci alpino Mario Cotelli che, come tanti, non si accontenta dell'oro di Razzoli, perché nello sci, peggio quello alpino del fondo illuminato da Piller Cottrer e dal combinatista ventunenne Alessandro Pittin, siamo andati abbastanza male, scoprendo che oltre tutto il povero Fauner, oggi capo tecnico, ieri uomo d'oro nell'era Vanoi, era senza ricambi fra i faticatori della neve.
Tutti fuori bersaglio i colpi dei biathleti, nel toboga maledetto dello slittino e del bob soltanto Zoeggeler ha retto l'urto, mentre sul ghiaccio, in città, dove l'Olimpiade ha vissuto certo meglio che sulla turbolenta montagna troppo vicina al mare, come dice ancora Pescante tremando già per i prossimi Giochi a Soci, sul mar Nero, a parte Arianna Fontana, che dopo aver vinto il suo bronzo ha denunciato le carenze tecniche ed «affettive» dello short track, a parte i danzatori Faiella e Scali, abbiamo vissuto l'incubo del nostro angelo caduto troppe volte.
Siamo con Petrucci quando si fa suggerire da Eraclito una bella sintesi sui Giochi degli italiani che non meritano globalmente più di un cinque e mezzo: «Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare ciò che non ti aspetti».
Per l'Italia è andata proprio così e ora accarezzare le poche medaglie non deve far dimenticare certi errori, le crisi economiche di federazioni che dovranno anche giustificare certe scelte tecniche: «La squadra ha vissuto momenti difficili - dice il numero uno del nostro sport - ci sono mancate medaglie e risultati importanti. Le vittorie sono di tutti, così come le sconfitte. Non siamo abituati a dire che le vittorie sono del Coni e le sconfitte soltanto delle federazioni. Io sono sempre dalla parte degli atleti e a loro dico di ricordare che una medaglia olimpica vale molto più di un mondiale o di una coppa, perché si sarà sempre campioni olimpici e molto spesso ex campioni mondiali. È chiaro che qualcosa dovrà cambiare (speriamo che il discorso valga anche pensando ai prossimi Giochi estivi di Londra 2012, ndr), soprattutto nei rapporti fra federazioni e Coni».
Chiara l'allusione alla parte tecnica perché, troppe volte, siamo stati poco rigorosi nella preparazione, quasi non esistesse quella famosa commissione tecnica di controllo, accettando ogni tipo di scusa e anche a Vancouver ogni flop trovava una giustificazione banale, dal tempo alla neve, dai giudici ai materiali, un ritornello italiano che nasconde realtà evidenti. L'unica verità, come sempre, è che il campione costruito in Italia si esalta se nessuno lo coccola, se nessuno gli mette già la giustificazione in tasca per la sconfitta, perché quello è il momento in cui ci sorprende, come ricordano spesso gli allenatori degli sport di squadra, cominciando dal calcio.