L’uomo, gli animali e l’utopia del mondo perfetto

Chissà perché, ma quando vogliamo alludere a confronti durissimi, spesso sanguinosi e mortali, fra uomini, parenti, amici e conoscenti, ricorriamo alla metafora «battersi come leoni»; quasi che la violenza brutale del crinuto felino possa compendiare la violenza per antonomasia, cioè quella che gli uomini si scambiano con studiata ferocia. Le belve della savana sono violente soltanto se è la fame a spingerle al combattimento, altrimenti restano indifferenti alla presenza d’altri componenti il branco che non diano loro fastidio: è la fame il nemico di ogni creatura vivente, stimolo d’ogni vessazione. Per gli uomini è un po’ diverso. Non è la fame che li rende feroci, ma la cupidigia, la bramosia del possesso, la «roba», quella cosa che Verga (ma non solo) seppe così ben raccontare col suo «Mastro don Gesualdo». Accade quindi che Margherita, Marella, figli, nipoti, suocere, cognati, avvocati (tutti felidi di razza Agnelli) si stiano sbranando come leoni non per fame, ma per posseder più di quanto già si possiede. È tutto un consultar di pandette, un putiferio d’uomini alla conquista del tesoro: due miliardi di euro oltre il Sempione? I leoni, quelli veri, quelli della savana, non hanno nemmeno il frigorifero, campano alla giornata: domani è un altro giorno e Dio provvederà. Qualche leopardo si porta la «refurtiva» su qualche ramo d’albero, se la mangerà domani, quando pungolerà la fame. Che rivoluzione sconvolgente per la salvezza dell’umanità se si abolisse il diritto di proprietà.

Ma è sicuro, buon Celestino, di averla voluta indirizzare a me, la sua missiva? Se mi conosce, se ha letto qualcosa di mio, dovrebbe pur sapere che tutte queste menate sugli animali buoni e gli uomini cattivi, per cui gli uomini farebbero bene ad animalizzarsi, a farsi animali, mi provoca l’itterizia. Amo gli animali, ma non al punto di farne dei maestri di vita e magari anche di pensiero. Il suo buon leone, Celestino mio, ha il vezzo di accoppare (e mangiarsi poi) i cuccioli della femmina che ha strappato (con la forza) a un altro leone del branco. Dobbiamo prendere esempio? Il suo buon leone presidia il proprio territorio a forza di zanne e di artigli, spargendo sangue. Uccidendo, se serve. Questo perché il suo buon leone ha un alto concetto del diritto di proprietà. E quel che ritiene suo, guai a chi glie lo tocca. Il suo buon leone non uccide dunque solo per fame, non è violento solo se è lo stomaco a spingerlo al combattimento. Reagisce alle offese. Difende la sua «roba» come la difende la tortora e l’aggraziata antilope, l’elefante come la iena. In questo Margherita Agnelli mostra d’essere una leonessa fatta e compiuta: avanzando i propri diritti difende se stessa e la sua cucciolata. Come mai non le fa tenerezza, mio buon Celestino? Ma lei crede veramente che abolito il diritto di proprietà il mondo sarebbe migliore? Che uno, dopo essersi spezzato la schiena dissodando, arando e seminando un campo, si senta più felice, più appagato se ad approfittare del raccolto sia quello che nel frattempo se ne stava all’ombra d’un fico a pizzicare la mandòla? E questo perché nulla appartenendo a qualcuno, tutto è di tutti? Di chi fa e di chi non fa, di chi impara e di chi non vuole imparare, di chi rischia e di chi non rischia? Utopia, termine forgiato da Tommaso Moro, viene da «topos», ovvero luogo, preceduto dalla particella negativa «ou». In due parole, «luogo che non esiste». E verso quello lei vuole dirigersi? Verso ciò che non c’è? Invece di rincorrere le farfalle si rimbocchi le maniche, caro Celestino. Dia retta.

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