"Hai visto l'ultimo di Ricky Gervais?". "Molto figo, forse un po' meno corrosivo del primo, mentre l'ultimo speciale di Chappelle sembrava un comizio". Ogni volta che si parla di stand-up comedy si finisce sempre lì, quasi che il genere coincidesse con il momento in cui diventa rispettabile, e Netflix è diventata la consacrazione, benissimo, purché non si affermi l'idea che la comicità esista davvero solo quando ha uno special, un'ora impacchettata e infiocchettata. Anche perché c'è un paradosso: aspettiamo lo speciale su Netflix di Gervais, e mentre George Carlin e Bill Hicks (quantomeno in Italia), coloro che hanno fondato il genere in una critica radicale e anticonformista, te li devi cercare su Youtube.
Gervais e Louis C.K. sono figli diretti di quella stagione, ne hanno ereditato la ferocia e l'hanno resa esportabile, hanno portato la stand-up negli stadi, nei teatri, sulle piattaforme, trasformandola in un evento culturale riconosciuto. Subito dopo, il genere attraversa una fase di piena istituzionalizzazione, oggi quasi interamente coincidente con Netflix, però anche lì: prendiamo Jim Jefferies, australiano straordinario che ha i suoi special ma il suo migliore spettacolo, il più trasgressivo, Alcoholocaust, lo trovate solo su Youtube.
C'è da dire che la stand-up non nasce per essere un'ora definitiva e tanto meno per diventare un appuntamento annuale. Nasce per funzionare davanti a cinquanta persone, nei pub, nei club, senza protezioni. Anthony Jeselnik, per esempio, è uno dei comici più radicali degli ultimi anni. Jeselnik rifiuta l'idea di confessione. Non racconta storie, non cerca empatia, costruisce trappole perfette e fulminee. Una battuta come: "Da due anni sono alla ricerca dell'assassino della mia ragazza", pausa, e "ma nessuno vuole farlo". Oppure quando dice che la sua ragazza lo spinge a diventare una persona migliore, così può trovare una ragazza migliore. La risata arriva tardi, e è una risata scomoda. Non perché sia dark, piuttosto chirurgia, microchirurgia. Tant'è che Jeselnik funziona perfettamente anche a clip, lo incontri più spesso nei reel che negli special (e a proposito di reel, ve li trovate tutti su Instagram su Becomedy.uk, e se volete approfondire la storia del genere vi consiglio il libro di Tiziano La Bella e Marco Di Pinto Alla scoperta della stand-up comedy, edito da Neo, piccola e agguerrita casa editrice di Angelo Biasella). All'estremo opposto c'è Matt Rife, il quale infatti soffre ogni volta che viene inchiodato a uno special. Rife è un comico da club nel senso più letterale del termine: non lavora su un testo definitivo, lavora sul contesto, vive di crowd work, di tempo reale, di rischio immediato. Lo vedi quando parla con una ragazza in prima fila e in pochi secondi ribalta la dinamica ("tu sei venuta qui con lui? tranquilla, non giudico giudico lui"), oppure quando trasforma un complimento in una trappola ("sei bellissima, lo sai vero? lo sai perché? perché te lo dicono tutti, quindi deve essere vero"). Non c'è tema, non c'è arco narrativo, una frase detta dal pubblico gli basta per costruire una sequenza che esiste solo lì e in quel momento. È per questo che anche lui lo si incontra ovunque nei reel di Instagram e su YouTube, in clip fulminanti che funzionano da sole, e molto meno nella memoria di uno spettacolo visto dall'inizio alla fine.
Quando lo special arriva, il suo talento si irrigidisce, perché Rife non è un comico da ora definitiva, è un comico da qui e adesso, e la sua stand-up non può essere inscatolata, è imprevedibile. Tra l'altro accanto a loro resiste una tradizione che le piattaforme ignorano, quella dei comici che lavorano per condensazione. Mitch Hedberg è stato uno dei più interessanti one-liner della storia, capace di piegare il reale in una frase sola, come quando osserva che "una scala mobile non può rompersi, al massimo diventa una scala. Non dovresti mai vedere un cartello Scala mobile fuori servizio, dovrebbe dire solo Scala mobile temporaneamente scale".
Idem Stewart Francis, maestro della falsa premessa: costruisce battute interamente sull'ultima parola, sul ritardo, come quando dice che "la gente mi attribuisce le gambe di un ballerino, ma finché non trovano il resto del corpo non possono incastrarlo". È comicità di sottrazione, non di esposizione, pensata per funzionare in uno spazio ristretto più che in un'ora definitiva.
E poi ci sono quelli che hanno sempre rifiutato qualsiasi addomesticamento, come Doug Stanhope, comico da club fino al midollo, autodistruttivo, allergico all'idea di piacere a tutti. Stanhope non cerca consenso, cerca attrito. Anche lui circola spesso più per frammenti, per citazioni sporche e clip isolate, che per confezioni linde e pinte e ridipinte.
Negli ultimi anni questa linea si è allargata senza diventare moda, tipo Mark Normand e Sam Morril (cari lettori pignoli, non venite a dirmi hai dimenticato questo e questo, non posso citarli tutti), i quali lavorano sulla densità e sul ritmo, e battute che si incastrano una nell'altra e che si vedono
spesso prima nei reel o su YouTube che in uno special ufficiale. Anche Shane Gillis ha riportato nei club un'idea di comicità volutamente non educata, e che vive meglio nella circolazione irregolare che nella consacrazione.