"Law & Order", quando la sinistra copia la Lega

Gli amministratori del Pd sempre più costretti a inseguire i lumbard sui temi caldi: sicurezza, degrado e lotta agli abusi. Una parte dell'ex pci ha perso voti per snobismo da salotto e razzismo al contrario

"Law & Order", quando la sinistra copia la Lega

Roma Rozzi, ignoranti, razzisti, beceri, impresentabili. La rappresentazione antropologica della «razza padana» vista dall’intellighenzia di sinistra è stata questa per anni. E, va detto, più d’una volta Umberto Bossi ha fatto davvero poco per smentirla. «Parliamo come mangiamo e la gente ci capisce per questo», è il leit motiv del Senatùr e dei suoi fedelissimi. Ma tanta è sempre stata l’indignazione e la presa di distanze del Pds prima e dei Ds poi, che alla fine la sinistra è rimasta intrappolata nello snobismo dei suoi salotti.
Al punto che ancora nel 2008 c’era chi si interrogava sorpreso e sgomento sull’avanzata della Lega alle politiche. Dallo studio di AnnoZero è Massimiliano Fuksas, architetto di fama e intellettuale di rango della sinistra, a gettarsi in una reprimenda collettiva agli italiani, rei di «ignoranza abissale» tanto da aver dato il loro voto a Berlusconi e al Carroccio. E rei di confondere - poveri loro - una citazione. «È di Cicerone, ragazzi, non di Cesare, è gravissimo», sbotta nel suo austero dolcevita nero. Il punto non è tanto che Plutarco gli dà torto, quanto la celebrazione di quel razzismo al contrario che l’italianissima gauche caviar ha esercitato e in parte ancora esercita verso il centrodestra e la Lega in particolare. Nonostante fosse il lontano 1995 quando Massimo D’Alema si era spinto a definire il Carroccio «costola della sinistra», Pds e Ds sono sempre rimasti al palo, imbrigliati nel loro «complesso dei migliori» e senza mai andare un passo oltre gli affondi verbali del Senatùr. Bossi - che parla come mangia - non se n’è curato e via via ha fatto proseliti proprio in quell’elettorato, tanto che oggi la Lega è l’unico partito ad avere una presenza e un radicamento sul territorio paragonabili a quelli del Pci. «L’ultimo partito stalinista», ama ripetere Roberto Maroni.
Il disgusto di Fuksas è tanto più significativo quando si scopre che segnali e avvisaglie ce n’erano stati in abbondanza. Vale per tutti un’indagine del 1993 - ricordata proprio da Maroni dopo il voto del 2008 - commissionata dalla Fiom Lombardia. I numeri sono eloquenti: il 41,8% dei metalmeccanici lombardi si dice «molto o abbastanza» propenso a votare per la Lega (per il Pds sono il 47,6). Passano 15 anni e - dalla rossa Marghera alla Fiat Mirafiori - le tute blu sono ormai diventate verdi.
In questo incredibile cortocircuito politico - perché dopo dieci e passa anni di solida presenza parlamentare rasenta l’incredibile continuare a definire il Carroccio un «fenomeno passeggero» - gli unici che a sinistra provano a «resistere» sono i sindaci del Nord, proprio quelli che con la buona amministrazione e il lavoro sul territorio hanno saputo strappare consensi anche nel centrodestra. A Roma, però, i vertici dei Ds prima e del Pd poi li trattano come marziani, al punto da restare sbigottiti quando il sindaco di Bologna Sergio Cofferati si spinge a dire che «la Padania esiste e siamo noi». Non certo la celebrazione di uno stato, ma un modo per riconoscere inequivocabilmente un senso alla ragion d’essere del Carroccio. Per usare le parole di Massimo Cacciari, quello della presa della Lega al Nord «è un problema che pongo da venti anni». E per tutta risposta nel governo Prodi trova posto un solo ministro del Lombardo-Veneto, peraltro senza portafoglio (Barbara Pollastrini alle Pari opportunità).
Le voci degli amministratori del Pd al Nord, insomma, restano inascoltate. Se ne rendono conto i diretti interessati, che iniziano a passare dalle parole ai fatti, ma pure gli elettori, che regalano il pieno di voti alla Lega. L’attivismo dei vari Chiamparino, Cacciari, Domenici, Zanonato, Penati e via andando, stride e lascia interdetti davanti alle perplessità dei vertici del Pd a Roma. Davvero insormontabili se tra i primi atti della leadership veltroniana post elezioni c’è proprio l’affossamento di quel Pd del Nord chiesto da Cacciari. Con il paradosso che è proprio il tanto odiato «centralismo» romano a imbalsamare anche chi a sinistra ha capito che le ragioni della Lega sono ben più profonde delle sparate populiste di Mario Borghezio. E così fa notizia il muro di via Anelli a Padova, per non dire scandalo lo «zero campi rom» di Filippo Penati. Che, va detto, nell’occasione è leghista pure nel linguaggio: sono zingari, «mica i Gipsy Kings».
È una vera e propria rincorsa in solitaria quella dei sindaci del Nord del Pd. Che dopo anni di snobismo e presunzione verso il fenomeno leghista rischiano di essere visti come «brutte copie» dell’originale. Tanto che con il voto del 2008 anche la rossa Emilia Romagna s’è fatta decisamente più verde. Con il Carroccio che sotto il Po è arrivato a un soffio dall’8%.

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