L'ecologismo "umano" è frutto del progresso

Oggi pretendiamo di cambiare il clima, per delirio di onnipotenza. Ma è lo sviluppo a tutelare la natura

I fedeli cattolici di Calci, nella diocesi di Pisa, nei giorni scorsi sono rimasti certamente sorpresi di venire a sapere che oggi sono soppresse le messe delle 10.15 e delle 11.30 perché tutti possano partecipare all'iniziativa di Legambiente «Puliamo il mondo». Secondo il parroco, andare a comando dell'associazione ambientalista a pulire fossi e strade è una bella cosa «in linea con il Vangelo». Sospendere le messe per giocare agli ambientalisti: per quanto possa sembrare strano, non è l'iniziativa di un parroco improvvisamente impazzito; è invece la logica conseguenza di una Chiesa che, ormai da tempo, ha sposato l'ideologia ecologista moderna. Non a caso nell'enciclica «verde» per eccellenza, la Laudato si' (2015), papa Francesco liquida con appena una frase l'esperienza storica che meglio ha realizzato la visione cattolica dell'ambiente, anzi del Creato, ovvero il monachesimo benedettino. Sono stati praticamente ignorati oltre 1500 anni in cui i monasteri hanno fatto rifiorire la natura e l'hanno migliorata, creando anche delle opere di cui godiamo tuttora i frutti.

Chiunque abbia visitato un antico monastero, normalmente collocato in altura, non avrà potuto fare a meno di notare la bellezza del posto in cui si trova. Qualcuno avrà anche pensato al buon gusto e alla furbizia dei monaci, che hanno saputo scegliersi delle belle località. È giusto invece riflettere che questi posti paesaggisticamente incantevoli, non erano affatto così quando i monaci vi sono arrivati. Al contrario, erano posti selvaggi e inospitali e, soprattutto nell'Alto Medioevo ai monaci si deve la valorizzazione del lavoro e la bonifica dell'ambiente che ha permesso di ricostruire letteralmente l'Europa, quando tutto sembrava destinato alla distruzione e all'abbandono. «Dobbiamo ai monaci scrive Thomas E. Woods nel libro Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale (Cantagalli, 2007) la ricostruzione agraria di gran parte dell'Europa. Ovunque andassero, i benedettini trasformarono terra desolata in terra coltivata. Intraprendevano la coltivazione del bestiame e della terra, lavoravano con le proprie mani, prosciugavano paludi e abbattevano foreste». E ancora: «Ovunque andassero i monaci portavano raccolti, industrie o metodi di produzione che nessuno aveva mai visto prima. Introducevano qui l'allevamento del bestiame e dei cavalli, lì la fabbricazione della birra, o l'apicoltura, o la frutticoltura».

Anche in Italia abbiamo innumerevoli testimonianze di luoghi diventati ospitali e rigogliosi, buoni per l'uomo, grazie alla presenza dei monasteri benedettini. Ma tutto questo non era frutto di un progetto ambientale o di un'analisi sulle condizioni degli ecosistemi. La radice di questo strepitoso successo l'ha descritta molto bene papa Benedetto XVI nel suo famoso discorso al Collège des Bernardins a Parigi il 12 settembre 2008, parlando proprio del «segreto» dei benedettini: «Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio». Il resto la cultura, le università, il canto e anche l'ambiente sono tutte conseguenze.

Una grande lezione di storia, la cui ignoranza ha gravi conseguenze, anche in economia. Basti pensare all'esaltazione che oggi si fa delle popolazioni primitive, considerate loro un esempio di equilibrio tra uomo e natura, che noi avremmo perso con lo sviluppo. Si tratta di un mito che non ha riscontro nella realtà, perché proprio la totale dipendenza dalle risorse messe a disposizione dalla natura fa sì che tali risorse siano molto scarse e precarie e porta gli uomini a sfruttare l'ambiente per poter ricavare le risorse necessarie per sopravvivere. Parliamo di società dove non ci sono quelli che oggi paiono a noi standard irrinunciabili, come l'istruzione scolastica, la prevenzione e cura delle malattie, abitazioni sufficienti e pulite, acqua corrente potabile, elettricità. Società fortemente autoritarie, patriarcali e gerontocratiche dove i diritti dipendono dallo status della famiglia, dal sesso e dall'anzianità. Società dove il lavoro viene disprezzato e la scarsezza di risorse disponibili fa sì che le guerre di conquista e a scopo di razzia siano un fattore strutturale.

Alla base di tutto c'è un gravissimo errore sul concetto di risorsa: secondo l'ecologismo dominante, che si è inventato non a caso la misura dell'impronta ecologica e il concetto di sviluppo sostenibile, le risorse sono determinate dalla natura. Se la natura ci dà 100 in un anno, 100 è quello che ci dobbiamo far bastare: vale a dire che la popolazione non può crescere oltre certi limiti, e limitati devono essere anche i consumi. L'esempio classico è quello della torta: se ci sono 12 fette al giorno e la razione media giornaliera è di una fetta, va da sé che non potranno esserci più di 12 persone (altrimenti qualcuno morirà di fame) e quelle 12 persone non potranno mangiare più di una fetta a testa. Questo ragionamento è quello che sta alla base non solo dell'esaltazione del mito delle popolazioni primitive ma anche delle politiche ambientali globali che dalla Conferenza Onu di Rio de Janeiro del 1992 si fondano proprio su questi due pilastri: controllo delle nascite nei Paesi poveri e freno alla crescita dei Paesi ricchi (che consumano troppo).

Proprio l'esempio dei benedettini ci dimostra invece che le cose stanno ben diversamente: la risorsa principale è infatti l'uomo, capace con la sua creatività di usare e trasformare gli elementi che si trovano in natura per migliorare la natura stessa e le proprie condizioni di vita. Ma questa osservazione elementare è suffragata da tutta la storia umana: le risorse sono sempre andate aumentando e diversificandosi tanto che, sebbene nell'ultimo secolo la popolazione mondiale sia più che quadruplicata, le risorse sono molto più abbondanti oggi che cento anni fa. Così come sono migliorate le condizioni di vita, anche nei Paesi più poveri, al punto che oggi non si verificano praticamente più le gravi carestie che fino agli anni '70 dello scorso secolo falcidiavano intere popolazioni. Le uniche eccezioni sono le carestie provocate da scelte politiche, come si è verificato non molti anni fa nella comunista Corea del Nord.

Questo miglioramento è stato possibile grazie allo sviluppo, e contrariamente a quanto ci viene fatto credere - sono proprio i Paesi sviluppati quelli che maggiormente rispettano l'ambiente. Il che è perfettamente ragionevole se consideriamo che la ricerca, lo sviluppo e l'applicazione di nuove tecnologie permette di ridurre fortemente inquinamento e impatto ambientale. La conferma ci viene dall'Organizzazione mondiale della sanità che ha pubblicato nel 2018 la più completa inchiesta sull'inquinamento atmosferico che sia mai stata compiuta, da cui risulta che il 90% delle morti correlate all'inquinamento atmosferico avviene nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto Africa e Asia. Per cucinare e per scaldarsi infatti, ben tre miliardi di persone nel mondo usano legname, carbone e letame sprigionando gas altamente inquinanti, soprattutto nelle abitazioni. D'altra parte nei nostri Paesi lo sviluppo e la disponibilità di nuove tecnologie e nuove risorse fa sì che l'inquinamento si possa diminuire drasticamente. Un solo esempio: un'auto di media cilindrata costruita negli anni '70 del XX secolo, inquinava quanto più di cento auto dello stesso segmento costruite oggi.

Ciò ci dice che se davvero ci sta a cuore l'ambiente, lo sviluppo va favorito, e accelerato anche per i Paesi più poveri: prima si compie la transizione dal sottosviluppo e prima si supereranno tanti problemi ambientali. Anche qui un solo esempio: nei Paesi sviluppati la superficie forestale è in continuo aumento. Motivo? Primo perché un'agricoltura più sviluppata, quindi più produttiva, richiede meno terreni per produrre di più; e poi perché laddove gli alberi vengono tagliati vengono anche ripiantati, proprio perché anche le foreste e i boschi sono una risorsa. Al contrario, nei Paesi poveri lo abbiamo visto in questo periodo per l'Amazzonia e il Sud Est asiatico - le foreste vengono incendiate per far spazio a un'agricoltura spesso primitiva e poco produttiva; e i governi, deboli e corrotti, non sono in grado o non hanno alcun interesse a rimpiazzare gli alberi che vengono bruciati o tagliati, quando non partecipano essi stessi al traffico illegale di legname.

Ma qui arriva il problema, che è essenzialmente politico. Si è ormai affermata, anche nell'opinione pubblica, una propaganda che parla di «stato di allarme climatico», pianeta che ha pochi anni a disposizione prima di una catastrofe irreversibile, umanità ormai sull'orlo del precipizio. Il tutto è funzionale a spingere per politiche di emergenza che passino anche sopra le volontà dei singoli Stati. Il problema è che a una diagnosi così infausta si intende rispondere con terapie d'urto che non potranno che causare davvero gravi conseguenze. Ci si muove infatti secondo lo schema già citato per fermare l'uomo, il «cancro del pianeta», il colpevole di tutte le catastrofi presenti e future. Proprio quell'uomo che invece, come abbiamo visto, è la vera risorsa in grado di trovare soluzioni ai problemi che si presentano, come è sempre accaduto nella storia. Siamo oggi davanti a pressioni fortissime per scelte politiche che impediscano all'uomo di trovare soluzioni per migliorare la vita di tutti. Ad esempio il pretesto dei cambiamenti climatici antropici (cioè causati dall'uomo) sta spingendo a politiche per l'eliminazione dell'uso dei combustibili fossili con investimenti miliardari sulle energie rinnovabili. Il problema è che allo stato attuale e per il futuro prevedibile, le fonti rinnovabili, enormemente più costose e meno efficienti delle altre fonti energetiche, non potranno mai sostituire i combustibili fossili. Per cui su questa strada stiamo preparando un prossimo futuro dove verrà a mancare o a costare molto più cara l'energia, elemento fondamentale per consentire lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni della popolazione. Allo stesso modo se continuerà la demonizzazione dell'agricoltura intensiva a favore del biologico e, addirittura, del biodinamico (che è più magia che scienza), avrà come effetto una minore produttività dei terreni che, a sua volta, farà aumentare i prezzi dei prodotti agricoli (con conseguenze disastrose per le popolazioni più povere) e strapperà terreni a boschi e foreste.

Per millenni l'uomo si è sempre difeso dall'imprevedibilità del clima e dalla durezza della natura, adattandosi e investendo sulla protezione (anche le case sono una forma di protezione dagli eventi climatici). Oggi invece per la prima volta l'uomo, anziché adattarsi, si è messo in testa di cambiare il clima, buttando cifre enormi di denaro su politiche a questo destinate, e che si riveleranno disastrose. È un delirio di onnipotenza dell'uomo, tipico di una società che ha eliminato Dio, e crede di poter determinare tutto. Un altro buon motivo per tornare a guardare all'esperienza dei monaci benedettini che invece avevano «l'obiettivo di cercare Dio». Quaerere Deum.