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La legge di Al Qaida Decapitazioni e mutilazioni: orrore in Somalia

Due poliziotti accusati di essere spie al soldo del legittimo governo somalo sono stati decapitati dagli integralisti islamici a Baidoa, 245 km a ovest di Mogadiscio. Un terzo è detenuto con analoghe accuse: rischia la stessa sorte.
Un’orgia di violenze senza pari degli insorti - ritenuti in collegamento con Al Qaida - che è stata denunciata dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani: «Siamo di fronte a crimini di guerra», ha dichiarato il responsabile dell’organismo, signora Navy Pillay, parlando di uccisioni indiscriminate, posa di mine e bombardamenti in aree abitate, torture, abusi sessuali, civili usati come scudi umani e via di questo passo. Principali responsabili i miliziani di Al Shabaab (significa gioventù in arabo).
Orgia di violenze che gli stessi insorti tendono talvolta ad ampliare, per mostrarsi irriducibili difensori di quella che definiscono «la vera fede», e terrorizzare la popolazione.
Ieri, in quella che numerosi osservatori hanno definito un’operazione di disinformazione mirata - non la prima -, avevano fatto filtrare la notizia che i decapitati fossero sette, tutti cristiani: spie ed infedeli, dunque. In realtà secondo fonti attendibili, si tratta di tre poliziotti che si sarebbero recati a Mogadiscio fornendo, dietro pagamento, informazioni sensibili.
Ma l’orrore resta, ed è continuo. Dall’adolescente di 13 anni lapidata a Chisimaio, importante porto ed aeroporto strategico 500 km a sud di Mogadiscio, lo scorso ottobre con la risibile accusa di adulterio; ai quattro ragazzi cui sono state amputate mano destra e gamba sinistra a fine giugno a Mogadiscio perché ritenuti ladri.

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