C’è una frase che attraversa tutto il nuovo libro di Arturo Artom e che sintetizza perfettamente il mondo che stiamo vivendo: “Quando cambia l’ambiente, non sopravvive il più competente. Sopravvive chi si adatta più velocemente”. È da questa intuizione che nasce La nuova intelligenza. Connetti le idee. Esplora. Divertiti, il saggio pubblicato da Piemme. In poco più di cento pagine, Artom, imprenditore, ingegnere e figura chiave della liberalizzazione delle telecomunicazioni in Italia, mette in discussione molte delle convinzioni con cui intere generazioni sono cresciute, il mito del posto fisso, il valore assoluto della competenza verticale, la scuola basata sui voti e esami, l’idea che il sacrificio sia sempre sinonimo di successo.
Secondo Artom, il mondo è entrato in una nuova fase evolutiva. L’intelligenza artificiale, la velocità del cambiamento tecnologico e l’imprevedibilità dell’economia stanno trasformando il nostro modo di apprendere, lavorare e persino costruire la nostra identità personale. Non basta più sapere molte cose, oggi conta soprattutto la capacità di collegare idee, intuire i cambiamenti e muoversi rapidamente in scenari nuovi. In questa lunga conversazione, Artom racconta perché la scuola dovrebbe insegnare ai ragazzi a fare domande, perché lo scrolling sui social non è necessariamente il male assoluto e perché, nel futuro, il “bravino perfetto” rischia di essere molto meno preparato di chi sa esplorare mondi diversi.
Nel libro scrive una frase molto forte: “Quando cambia l’ambiente, non sopravvive il più competente ma chi si adatta più velocemente”. È quasi una nuova selezione naturale?
“È esattamente questo il cuore del libro. E la cosa curiosa è che l’ho capito davvero mentre lo stavo scrivendo. A un certo punto mi sono tornati in mente gli studi di Darwin. Lui era un naturalista che viaggiava sulle navi dell’Ottocento, osservava specie animali e vegetali e intuì che non poteva essere tutto immutabile. Capì che l’ambiente modificava le specie. A un certo punto mi sono chiesto: ‘non è che sta succedendo anche a noi?’. Dopo quarant’anni di rivoluzione digitale, dal primo personal computer fino all’intelligenza artificiale, è inevitabile che il cervello umano si stia adattando a un ambiente completamente diverso”.
Lei, arriva a rivalutare persino lo scrolling compulsivo dei ragazzi, che gli adulti demonizzano continuamente.
“Sì, perché ci siamo messi tutti a dire che è una tragedia assoluta. Psicologi, psichiatri, genitori, tutti contro. Ma io mi sono chiesto se non fosse anche una forma di adattamento cognitivo. Lo scrolling, se non diventa patologico, allena il cervello a cogliere rapidamente segnali diversi, a collegare mondi differenti, a intuire prima degli altri cosa sta cambiando. Io stesso ho iniziato a farlo. Cammino molto e a pranzo, mentre mangio un toast, guardo Instagram. In venti minuti passo da un video sulla Silicon Valley a uno sui ristoranti, poi a un contenuto sull’economia o sulla creatività. È una palestra mentale continua”.
Lei descrive una realtà molto più veloce e imprevedibile rispetto a quella di qualche anno fa.
“Assolutamente sì. Una volta un imprenditore costruiva la sua azienda, andava in fabbrica dalle sette del mattino alle sette di sera ed era convinto che il suo prodotto avrebbe funzionato per vent’anni. Oggi basta una normativa europea, una guerra, un algoritmo, una tecnologia nuova e il tuo settore può sparire nel giro di pochi mesi. La nuova intelligenza consiste proprio nell’essere aperti al mondo. Un imprenditore oggi dovrebbe andare alle mostre d’arte, frequentare persone di settori completamente diversi, osservare cose lontane dal proprio lavoro. Perché spesso il cambiamento non arriva dal tuo mercato, ma da un altro”.
Uno dei capitoli più forti del libro riguarda la scuola. Lei sostiene che il modello attuale sia obsoleto.
“La scuola è ancora figlia della riforma Gentile. È un modello pensato più di un secolo fa. Noi continuiamo a misurare i ragazzi con voti, esami, interrogazioni, come se il compito della scuola fosse preparare studenti che sanno rispondere correttamente alle domande. Ma oggi il vero talento è fare le domande giuste. È lo stesso principio dell’intelligenza artificiale, se fai un prompt intelligente ottieni risultati incredibili. La scuola dovrebbe allenare i ragazzi a ragionare, a collegare idee, a discutere”.
Gli esami quindi non avranno più senso?
“Sì, perché il modello del’ bravino perfetto’ sta diventando obsoleto. Una volta essere ordinati, diligenti, bravissimi in tutto garantiva stabilità. Oggi, come dicevo, il mondo cambia troppo velocemente. L’intelligenza artificiale programma meglio del miglior programmatore, fa calcoli meglio del miglior matematico e scrive meglio di tantissime persone. Allora qual è il ruolo umano? Collegare nodi diversi. Mettere insieme marketing, tecnologia, creatività, intuizione. Per questo penso che la scuola diventerà sempre più bidirezionale. Meno nozioni statiche, più discussione, più confronto”.
Nel libro parla molto anche di reverse mentoring.
“È un concetto fondamentale. Per anni nelle aziende il giovane veniva affidato a un manager senior che gli insegnava il lavoro. Oggi sta succedendo anche il contrario, dirigenti esperti vengono affiancati da ragazzi molto giovani che comprendono linguaggi, social e nuove dinamiche molto meglio di loro. Racconto un episodio bellissimo legato a Marco Bizzarri, ex amministratore delegato di Gucci. Durante un incontro con studenti, un ragazzino gli chiese perché Gucci non producesse sneaker. Lui capì in quel momento che il brand stava perdendo una tendenza enorme. Pochi mesi dopo nacque la linea di sneaker di lusso che poi esplose in tutto il mondo”.
Una sorta di rivoluzione nel concetto tradizionale di lavoro?
“Il posto fisso nasce in un altro mondo. È figlio di un’epoca in cui l’identità coincideva con una sola professione per tutta la vita. Oggi le persone avranno identità molto più fluide. Potranno lavorare per più aziende, cambiare settore, reinventarsi continuamente. Io credo che il cervello umano venga sfruttato pochissimo quando una persona fa la stessa identica cosa per trent’anni. La nuova intelligenza invece è curiosità, movimento, contaminazione”.
Molti vivono l’intelligenza artificiale come una minaccia. Come si fa a considerarla un alleato?
“Perché è inevitabile. La vera domanda è: ‘Cosa resterà umano?’ Resterà ‘umano’ il collegamento tra mondi diversi. L’intuizione. La creatività. La capacità di coordinare strumenti differenti. Faccio un esempio concreto. Ho incontrato il responsabile tecnico di una startup americana. Avevano dieci programmatori. Dopo l’arrivo delle nuove versioni di OpenAI e Claude, ne sono rimasti due. Gli altri otto sono stati sostituiti dall’intelligenza artificiale. Ma quei due rimasti erano quelli che avevano capito che il loro lavoro non era più soltanto programmare, era collegare tecnologia, utenti, marketing, strategia”.
Questo però non significa che approfondiremo meno le cose?
“In parte sì. Non si può avere tutto. Ma sarebbe un errore gigantesco passare il 90% del proprio tempo su una competenza verticale che potrebbe diventare inutile in pochi mesi. Il futuro sarà meno fondato sull’accumulo di nozioni e molto più sulla capacità di collegare informazioni diverse”.
C’è un’immagine simbolica che lei cita quella del regolo usato dagli ingegneri.
“Esatto. Mio padre si laureò ingegnere trent’anni prima di me. Lui usava il regolo calcolatore per fare i logaritmi. Quando mi laureai io, le calcolatrici facevano quei calcoli infinitamente meglio. Per mio padre quasi non ero un vero ingegnere, perché non sapevo usare il regolo. Ma il punto è proprio questo, sempre più competenze diventeranno come il ‘regolo’. Verranno superate dalla tecnologia”.
Lei ha fondato il Forum della Meritocrazia. In un mondo dominato da algoritmi e visibilità, il merito esiste ancora?
“Assolutamente sì. Però bisogna distinguere il talento dal merito. Il talento è qualcosa che ricevi. Il merito invece è ciò che costruisci. Puoi avere talento oppure no, ma il merito resta fondamentale. Anche un ragazzo di vent’anni che crea un’agenzia digitale di successo ha merito, perché ha saputo organizzarsi, capire il mondo, cogliere un’opportunità”.
Non c’è il rischio che questo mondo generi ansia e precarietà?
“Il rischio c’è soprattutto se continuiamo a educare i ragazzi con schemi vecchi. Noi siamo cresciuti dicendo, studia, prendi dieci, trova il posto fisso e sarai al sicuro. Ma quel mondo non esiste più. La cosa peggiore è preparare i giovani a una realtà che non troveranno mai”.
Il sottotitolo del libro parla molto di leggerezza e divertimento. Quanto sono importanti?
“Per decenni siamo stati educati all’idea che il lavoro dovesse essere sofferenza e
sacrificio. Invece nel futuro vinceranno le persone e le aziende che riescono a divertirsi, a essere curiose, leggere, creative. La nuova intelligenza non è rigidità. È capacità di adattarsi senza farsi schiacciare dall’ansia”.