Aun secolo di distanza, Passigli ripubblica Italia barbara (pagg. 162, euro 17,50) di Curzio Malaparte,all’epoca uscito per le edizioni Gobetti, quel Piero Gobetti fiero oppositore del fascismo e però amico-avversario dello scrittore pratese, «la più bella penna pennadel fascismo» a suo parere.
Questa nuova edizione, arricchita di una puntuale quanto corposa prefazione di Francesco Perfetti, avviene praticamente a cavallo con un altro anniversario, più importante per il suo valore testimoniale e umano vale a dire la morte nel 1926 di Gobetti stesso, per i postumi di un’aggressione squadrista di poco tempo prima e esule a Parigi, dove intendeva continuare la sua attività editoriale. Bene fa dunque Perfetti a incentrare la sua prefazione sul rapporto intellettuale e di amicizia fra i due scrittori, ancorandola fin dove è possibile, al clima e alla situazione dell’epoca, nonché alla personalità di due talenti poco più che ventenni: nel 1925, Malaparte ne aveva ventisette, aveva alle spalle Viva Caporettoe L’Europa vivente, dirigeva la rivista La conquista della Stato, dove pretendeva di insegnare a Mussolini cosa fosse il fascismo...
Gobetti ne aveva ventiquattro, aveva fondato e diretto un trittico di riviste, Energie nove, Il Baretti e La rivoluzione liberale, nonché pubblicato un saggio che con questo titolo recuperava e ampliava una serie di saggi lì apparsi, scriveva di teatro e di letteratura russa, era il più tenace oppositore del fascismo... A distanza di un secolo, la figura di Gobetti risplende giustamente della luce di una intransigenza che fu politica e morale, nonché di un’attività culturale di vero e proprio enfant prodige,che ha però finito con il lasciare nell’ombra alcuni non secondari errori di giudizio ideologico-politico: Torino e la sua classe operaia scambiati per fenomeno rivoluzionario e quest’ultima perfino «nuova classe dirigente che avrebbe assorbito nell’ordine nuovo la borghesia», laddove erano un fatto provinciale e circoscritto, sgonfiatosi all’indomani della sua nascita; l’idea che il fascismo si sarebbe risolto «in un pacifismo imbelle e astensionista»...
Anche la bella definizione di quest’ultimo come «autobiografia della nazione», sottoposta a un esame ravvicinato suona a vuoto: davvero l’Italia della destra storica, di de Pretis,di Giolitti era la stessa Italia di Mussolini, davvero gli italiani vi si erano potuti rispecchiare allo stesso modo? Su Malaparte invece il giudizio è più inclemente. Non sullo scrittore, che è ormai risultato essere l’unico scrittore italiano veramente europeo della sua prima metà del secolo, ma sull’uomo. Ancora oggi, non c’è intellettuale italiano contemporaneo più o meno ciarlatano e abituato alle comode pantofole della libertà di stampa e della democrazia liberale che non si alzi dalla sua perenne poltrona e punti l’indice contro la «codadi paglia» dell’autore di La pelle, senza
accorgersi della più gigantesca «coda di paglia» della classe dei colti italiana nel suo complesso durante il Ventennio fascista e trasmigrata senza colpo ferire nel successivo e raddoppiato quarantennio antifascista. E varrà la pena di notare che in fondo Malaparte diede al fascismo, in termini di stile e di idee, molto più di quanto non ricevesse come onori e prebende,finì in carcere e al confino, difese con forza e spesso in solitudine la sua condizione d’artista e non vi abdicò mai. Quanto sopra per dire che i giudizi sul rapporto all’epoca fra due scrittori così simili pur nella loro profonda diversità, sono spesso il frutto di una lettura successiva e sovrapposta rispetto a quelle che erano sensibilità, stati d’animo, curiosità, scambio intellettuale, reciproca accettazione
Varrà la pena anche osservare che il populismo malapartiano, che in Italia barbara ha una sua pittoresca rappresentazione, e il liberalismo, per così dire, eccentrico di Gobettinascevano da un condiviso revisionismo del Risorgimento, inteso come rivoluzione tradita, fenomeno diplomatico- dinastico-militare, senza partecipazione
popolare, divergendo sostanzialmente però nelle conclusioni da trarre, modernizzatriciper il secondo, un ritorno alle origini per il primo, una scommessa utopica sul futuro contrapposta al recupero mitizzato del passato.