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L’assolo di Paolo Isotta, il critico tagliente che le cantava a tutti

Nasce il Fondo del grande musicologo: libri, spartiti, partiture, autografi...

 L’assolo di Paolo Isotta, il critico tagliente che le cantava a tutti

Curiosità inesauribile e penna affilata, Paolo Isotta (1950-2021) non ha praticato l’arte del compromesso.
Critico musicale purosangue, musicologo e scrittore dalla prosa inconfondibile, osservava tutto con un’intelligenza tagliente e poco incline alla diplomazia. Nessuno ne usciva illeso, perché Isotta non era nato per essere accomodante, ma per dire la verità: come la vedeva lui.
Dopo la scomparsa, nel 2021, la sua presenza resta viva. Parte del patrimonio bibliografico-musicale è stata donata al Conservatorio di Vibo Valentia, dove ha preso forma il Fondo Isotta, un nucleo prezioso fatto di spartiti e partiture sinfoniche spesso in edizioni critiche, dal Barocco al Novecento. Un pantheon personale: da Vivaldi a Bach, Haendel fino a Beethoven, Brahms, Schubert, Bruckner, Mahler, Strauss, Shostakovich, quindi il melodramma italiano e straniero. Accanto, materiali di analisi, tracce di una curiosità senza fine. Cuore del Fondo sono le annotazioni autografe di Isotta: appunti folgoranti, intuizioni interpretative, riflessioni estetiche.
Pochi critici possono vantare la stessa competenza, non solo musicale, frutto degli studi con Vincenzo Vitale per il pianoforte e Renato Parodi per la composizione, e dell’esperienza decennale di podi, loggioni, platee. «Come critico musicale se mi paragono a Giulio Confalonieri, sono zero; a Guido Pannai, sotto zero. Ma rispetto ai miei predecessori del Corriere, da Gaetano Cesare in poi, sono un padre eterno», dice nel documentario La Virtù dell’Elefante, diretto da Fabio Tricarico su idea di Pietrangelo Buttafuoco e con la collaborazione di Nazzareno Carusi.
Il film, con interventi di Giulia Ambrosio, Buttafuoco, Vittorio Sgarbi, Ferruccio de Bortoli, Antonio Bassolino, ha debuttato ieri al Conservatorio di Vibo Valentia inaugurando l’aula della Biblioteca a lui dedicata, luogo di consultazione del Fondo oggi in fase avanzata di catalogazione e presto accessibile attraverso l’OPAC nazionale. In chiusura, il concerto dell’Orchestra del Conservatorio con musiche di Nicola Antonio Manfroce, compositore calabrese apprezzato dal critico.
Isotta fu una scoperta di Indro Montanelli che lo volle subito al Giornale. «Iniziai nel 1974 senza un giorno di gavetta. Ero montato e stronzo», dice nel documentario dove - fra gli altri - rievoca un episodio irresistibile. Dall’Arena di Verona, lì per una recensione della Forza del destino di Verdi, segnalò qualche inciampo ritmico del cantante Renato Bruson, che scrisse a Montanelli chiedendone la testa. La missiva finì però sulla scrivania sbagliata. Isotta rispose su carta intestata del direttore assicurando che «la testa del critico era calda». «E Bruson cominciò a vantarsene finché un giorno Montanelli mi disse “C’è un coglione di cantante che si vanta di avere una mia lettera in cui si dice che ho promesso la tua testa. Ne sai qualcosa?”»; e Isotta confessò. «“Ti dovrei licenziare — concluse Montanelli — ma non lo faccio altrimenti si dice che ho ceduto alle pressioni. Non licenziandoti si dirà che tu hai raccomandazioni così forti che ti ho dovuto tenere”».
Poi arrivò il Corriere della sera, dove rimase per trentacinque anni, non senza generare polemiche memorabili. È ormai materia di leggenda lo scontro con il tridente Nono–Abbado–Pollini; altrettanto dicasi per il «caso Isotta»: una critica al direttore d’orchestra Daniel Harding (e, per rimbalzo, ad Abbado) gli valse l’etichetta di indesiderato da Stéphane Lissner, allora sovrintendente della Scala. Accredito revocato. Per la legge del contrappasso, Lissner finì ai vertici del teatro San Carlo di Napoli, la città-seconda pelle di Isotta.
Il commiato dal Corriere, il 16 ottobre 2015, fu vissuto come un atto liberatorio: «Torno a essere un musicista e null’altro che questo. Ho 65 anni e non sono più né montato né stronzo. È una benedizione sia per quel che è diventata la vita musicale sia perché ora ho progetti di scrittura». Continuò comunque a fare il critico — per il Fatto quotidiano e Libero — con la stessa voce inconfondibile. Prima ancora aveva insegnato nei Conservatori di Reggio Calabria, Torino e Napoli, lasciando la docenza nel 1994 per una «progressiva intolleranza verso gli allievi attuali».
La sua prosa, impetuosa e coltissima, rifletteva una personalità incline agli estremi: entusiasmi assoluti e avversioni altrettanto nette. Non ebbe pudore nell’adorare o nel distruggere, tra le sue vittime, anche Riccardo Muti, napoletano come lui. Controcorrente il suo ritratto di Pavarotti all’indomani della morte: nessuna celebrazione al monumento, ma un colpo di spada.
Isotta era questo, un intellettuale inclassificabile, scomodo, brillante, impermeabile all’addomesticamento. Un eccesso elegante. Un narratore magnetico, come mostrano libri quali La virtù dell’elefante, Altri canti di Marte, Il ventriloquo di Dio, Il canto degli animali e il postumo San Totò.
Tra i lampi di sincerità disarmante del documentario spicca una confessione spiazzante: «Scrivevo di partiture che neppure avevo aperto, parlavo della loro esecuzione. Dovrò fare un lungo periodo di Purgatorio.

Mi attaccavano perché attaccavo Abbado e Pollini — e avevo ragione — ma non mi attaccavano per tutte le magagne e i vuoti della mia preparazione musicale». Una dichiarazione in perfetto stile Isotta: precisa, implacabile, quasi indulgente solo nel sarcasmo.

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