Per gentile concessione dell'autore pubblichiamo ampi stralci della prefazione di Vittorio Feltri al libro «Giorgia, onorare le radici, pensare il domani» di Alessandro Iovino, pubblicato per i Saggi di Bonfirraro.
Giorgia Meloni è un fenomeno che va oltre le simpatie e le antipatie personali. Io ho assistito a decenni di politica italiana, ho visto ascese e declini, ho assistito al teatro dell'assurdo che spesso è diventata la nostra vita pubblica. Ma raramente ho osservato una traiettoria così netta, così coerente nella sua determinazione, come quella che ha portato una ragazza dalla guida di Azione Giovani a Palazzo Chigi.

Non importa se la si ami o la si detesti, e di entrambi i sentimenti ce n'è in abbondanza nel nostro Paese, quello che conta è riconoscere che ci troviamo di fronte a un caso politico di prim'ordine, a una personalità che ha saputo interpretare e cavalcare le inquietudini profonde di una nazione stanca di essere governata da chi sembrava sempre in cerca di scuse per la propria inadeguatezza. La politica italiana ha una malattia cronica: l'incapacità di scegliere. Abbiamo assistito per tanti anni a governi tecnici, governi di larghe intese, governi che nascevano già morti perché fondati sul compromesso piuttosto che sulla volontà e la capacità di governare davvero. Meloni ha rotto questo schema con una semplicità inedita, ha detto quello che pensava, ha in larga parte mantenuto quello che prometteva, ha sicuramente governato come aveva annunciato che avrebbe fatto. Questo non vuol dire che tutto ciò che ha fatto sia giusto o condivisibile. Significa che ha avuto il coraggio di fare politica nel senso più autentico del termine, quello che prevede scelte chiare e la disponibilità a pagarne il prezzo elettorale. In un paese dove i leader politici spesso sembrano sondaggisti travestiti da statisti, questa è già una rivoluzione. La destra italiana ha sempre avuto un problema di legittimazione culturale. Per decenni è stata costretta a giustificarsi, a chiedere permesso, a dimostrare di essere democratica e rispettabile. Meloni ha spezzato questa catena psicologica con un gesto rivoluzionario, ha smesso di chiedere scusa per quello che era e ha iniziato a rivendicare con orgoglio le proprie radici ideologiche.
Non è stato facile, in un Paese nel quale l'egemonia culturale della sinistra aveva abituato tutti a considerare normale che una metà almeno dell'elettorato dovesse sempre giustificare le proprie scelte politiche, se non vergognarsene(...). La formazione di Meloni è quella della destra sociale, una tradizione politica che in Italia ha sempre dovuto combattere contro pregiudizi e semplificazioni. Chi l'ha conosciuta negli anni della militanza giovanile racconta di una ragazza che già allora mostrava quella caratteristica che continua a contraddistinguerla oggi, l'assenza totale di complessi di inferiorità. Non ha mai pensato di doversi scusare per le proprie idee o di invocare qualche forma di assoluzione agli avversari politici. Questa mancanza di complessi è forse il segreto del suo successo. In un'epoca in cui la sinistra italiana ha monopolizzato il dibattito culturale, Meloni ha avuto l'ardire di rivendicare la dignità delle proprie radici ideologiche senza chiedere a nessuno patenti di democrazia.
Ha parlato di patria quando era considerato fuori moda, di identità quando sembrava più chic il cosmopolitismo, di sovranità quando l'Europa pareva la soluzione di tutti i problemi. Ma sarebbe un errore considerare la sua solo una vittoria ideologica. Il consenso che l'ha portata a Palazzo Chigi affonda le radici in una lettura lucida dei mutamenti della società italiana. Meloni ha capito prima di altri che il Paese era stanco delle promesse non mantenute, delle riforme annunciate e mai realizzate, dei leader che cambiavano idea a seconda delle convenienze. Ha intercettato il bisogno di stabilità, di chiarezza, di un governo che governasse davvero invece di limitarsi a gestire l'esistente. Il suo rapporto con l'Europa è un emblema di questo stile così pragmatico. Piuttosto che cedere all'antieuropeismo di maniera, ha scelto la strada più difficile, restare all'interno del sistema europeo e intanto rivendicare con fermezza gli interessi nazionali. È una posizione che ha spiazzato molti osservatori abituati a catalogare tutto in schemi più rigidi, ma che si è rivelata vincente tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti (...). Certo, restano problemi enormi. L'economia italiana sconta decenni di scelte sbagliate, la demografia ci presenta un conto salatissimo, la burocrazia continua a essere un freno a mano tirato sulla crescita. Ma per la prima volta da molto tempo abbiamo un governo che ha idee chiare su dove andare e come arrivarci. L'opposizione, va detto, non ha aiutato. Divisa tra nostalgici di un passato che non tornerà più e profeti di un futuro che non riescono a descrivere con chiarezza, ha spesso preferito la polemica al confronto costruttivo. Il risultato è che il Paese ha assistito al paradosso di un governo di destra che si è dimostrato più pragmatico e concreto di un'opposizione teoricamente progressista ma praticamente inconcludente (...). In questo libro troverete la storia di una donna che ha saputo trasformare le proprie convinzioni in azione politica, le proprie radici in proposta per il futuro, la propria diversità in forza. È una storia italiana, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta, ma è anche una storia che parla a chiunque creda ancora che la politica possa essere qualcosa di più nobile della semplice gestione dell'esistente. Il giudizio definitivo sulla stagione Meloni lo darà la storia. Ciò che possiamo dire oggi è che l'Italia ha ritrovato qualcosa che aveva smarrito, la consapevolezza di poter contare nel mondo, la fiducia nelle sue possibilità, l'orgoglio di essere quello che siamo senza vergognarcene. In fondo, è primo dovere di chi governa un grande Paese. Il paradosso di questi anni è che una leader considerata divisiva sia riuscita a unire il Paese più di quanto non abbiano fatto i suoi predecessori che da soli si erano proclamati unificatori.
Probabilmente è accaduto poiché l'unità vera non nasce dai compromessi al ribasso ma dalla chiarezza delle proposte e dalla coerenza nell'azione. Probabilmente è accaduto poiché gli elettori di questo paese avevano bisogno di chi dicesse loro che potevano rialzare la testa, e tornare a essere orgogliosi di essere italiani.