Ci sono libri che si leggono. E poi ci sono libri che ti accusano.
Applausi e sputi (Piemme) di Vittorio Pezzuto appartiene alla seconda categoria. Non è soltanto la ricostruzione del caso di Enzo Tortora: è la radiografia impietosa di un Paese che applaude la sera e sputa la mattina.
Il titolo è perfetto: dentro c’è l’Italia intera. L’Italia che accende la televisione come fosse un altare domestico e poi la stessa Italia che si eccita davanti alla gogna giudiziaria. Tortora non fu soltanto vittima di un errore. Fu vittima di un meccanismo. Non un semplice errore giudiziario, ma una speculazione giudiziaria. E qui sta il cuore del libro. Non l’incidente. Il sistema.
Pezzuto ricostruisce con precisione chirurgica l’arresto all’alba del 17 giugno 1983: le manette, i fotografi pronti, la regia già scritta. Il processo in piazza precede quello in tribunale. Prima il rogo, poi – forse – l’assoluzione. Chi ama la libertà non può non sentire un brivido. Perché la vicenda di Tortora è il paradigma del cortocircuito tra procure e informazione. Il processo mediatico senza contraddittorio. Le carte che escono, sempre e solo in una direzione. L’imputato che diventa colpevole per definizione. Il punto non è difendere un uomo famoso. Il punto è difendere il principio. La presunzione di innocenza non è un vezzo da azzeccagarbugli. È la diga contro l’arbitrio. Il libro racconta anche l’altro Tortora: il professionista rigoroso, l’uomo cresciuto nella Rai delle origini, il presentatore che non si piega all’ipocrisia di certe lotterie televisive, che osa criticare il sistema dall’interno.
Un carattere libero. E chi è libero, spesso, paga. C’è un passaggio che colpisce più degli altri: dopo l’assoluzione, molti degli accusatori fanno carriera. Non è sete di vendetta. È constatazione amara. In Italia l’errore giudiziario non costa nulla a chi lo commette.
Costa tutto a chi lo subisce. Pezzuto non indulge nel vittimismo. Non trasforma Tortora in un santino. Lo restituisce nella sua complessità, persino nelle sue contraddizioni. Ed è proprio questa onestà a rendere il libro potente. Il caso Tortora non è storia. È avverti mento.
Questo libro andrebbe letto nelle redazioni e nelle procure. Andrebbe studiato nelle facoltà di giurisprudenza.
Andrebbe tenuto sulla scrivania di chiunque maneggi il potere di accusare. Perché la giustizia non è uno spettacolo.