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Il mercato da solo non basta più. Siamo in una fase post-liberale

Il capitalismo sregolato, l’edonismo diffuso e la retorica progressista hanno minato il patto sociale. Il conservatorismo ha accettato la sfida

 Il mercato da solo non basta più. Siamo in una fase post-liberale

Il post-liberalismo è il futuro? Se lo è chiesto nell’aprile 2025 il teorico politico Paul Kelly, uno dei più acerrimi avversari di questa nuova filosofia politica, durante il suo intervento in un podcast. E proprio i podcast, ormai dispositivi perfezionati di costruzione della cultura e dell’agenda politica, non fanno altro che emanare vibrazioni post-liberali, un rumore di fondo che risale dalle nicchie accademiche e che riguarda anche la stessa Casa Bianca.
Ed ecco così post-liberalismi a confronto, post-liberalismo a colloquio, potere post-liberale.
E dato che quando certi termini diventano anche mode culturali ci si è avvantaggiati: nel podcast American Compass ci si è chiesti cosa verrà dopo il post-liberalismo, colloquiando con il filosofo politico Patrick J. Deneen. La scrittrice conservatrice inglese Nina Power, analogamente ma con attitudine da de profundis, ha addirittura suggerito che potremmo trovarci al cospetto del tramonto del post-liberalismo. Adrian Pabst, sul numero autunnale del magazine di filosofia politica Telos, è categorico: il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha segnato la nascita dell’epoca post-liberale. Pabst, d’altronde, era stato uno dei primissimi, con il suo volume Postliberal Politics: the Coming Era of Renewal, a suggerire come ci si stesse avviando verso il tramonto del patto liberale classico e delle sue caratteristiche. Il numero di Telos, curato da Pabst ha un titolo significativo: Debating Postliberalism; sulle sue pagine, Michael Lind e John Milbank, tra gli altri, si interrogano su come la nascita del liberalismo stesso sia avvenuta nel cuore di una profonda crisi, non poi così diversa da quella in cui la società e il mondo si dibattono ormai da decenni. In questo nuovo mondo post-liberale riemergerebbero in scena gli assoluti, la civiltà, le comunità, la religione, capaci di funzionalizzare l’agire politico e l’orientamento dell’azione statale. Già questo ci avvicina al cuore del tema. Si parla moltissimo di post-liberalismo, ma in concreto di cosa si tratta?
Liquidato come illiberalismo o come tramonto della democrazia da quelle stesse élite intellettuali ormai da tempo ombelicalmente avvitate in un dibattito autoreferenziale, il post-liberalismo è una dottrina filosofico-politica che attinge a concetti comunitaristici, conservatori in chiave sociale e teologici, nella sua variante di destra, per criticare l’incapacità del liberalismo classico di razionalizzare i moti dissonanti nel corpo sociale. Il compromesso liberale e le sue istituzioni, sintetizzando, avrebbero fallito. Quella che il filosofo Pierre Manent definiva organizzazione delle divisioni si sarebbe atomizzata fino a strangolare le comunità. Complici capitalismo sregolato, edonismo diffuso, retorica progressista dei diritti civili e impiego sovra-ideologizzato dello Stato, la sfera pubblica, la politica e la filosofia avrebbero perso di vista l’orizzonte sempre più conflittuale del tessuto sociale e dell’ordine internazionale.
Oltre a criticare l’esaurimento della missione storica del liberalismo, il conservatorismo post-liberale attinge alle tradizioni del pensiero comunitaristico e localistico americano, emergenti dal manifesto politico Localism in the Mass Age: A Front Porch Republic Manifesto, e alla teologia.
Molti degli esponenti del pensiero post-liberale conservatore sono infatti cattolici, come il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, e leggono nel sistema ordinamentale cattolico un’alternativa a un panorama istituzionale non solo laicizzato ma addirittura scristianizzato. Il cristianesimo è centrale nel post-liberalismo di Rod Dreher, amico personale di Vance, autore di L’opzione Benedetto e di Vivere nella meraviglia, volumi che attraversano la dorsale di un mondo post-cristiano, proponendo percorsi di resistenza. D’altronde come ha affermato il filosofo politico Deneen, nel mondo post-liberale il cristianesimo può tornare protagonista. Una lezione molta chiara a chiunque abbia familiarità con le due opere probabilmente più note di Deneen: Why Liberalism Failed e Cambio di regime – verso un futuro post-liberale. La prima è stata lodata persino da Barack Obama, il quale pur non condividendone le conclusioni ne sostiene l’assoluta centralità nell’analisi sulla crisi del liberalismo.
Altro esponente di questo filone è il costituzionalista di Harvard, Adrian Vermeule, fautore del Common Good Constitutionalism, un costituzionalismo della virtù e dei comportamenti moralmente orientati. Un’interessante ibridazione non-progressista di Ronald Dworkin, patristica e Carl Schmitt.
Il dibattito sul post-liberalismo, interno anche allo stesso MAGA, riproduce molte delle posizioni e dei duri scontri che hanno caratterizzato la destra statunitense contemporanea nei decenni. Se un tempo in politica internazionale a battagliare erano paleoconservatori contro neoconservatori, oggi l’eredità isolazionistica e non interventista di Pat Buchanan è raccolta proprio dai post-liberali localistici. I quali, per parte loro, se condividono con l’accelerazionismo libertarian della Silicon Valley l’idea di smantellare uno Stato «woke» dall’altro lato, a differenza dei signori del Tech, vogliono uno Stato moralmente orientato verso il bene comune. Non stupisce quindi il ritorno in auge dei concetti espressi da Russell Kirk, autore di quel fondamentale The Conservative Mind, nel quale il conservatorismo veniva declinato in chiave fortemente culturale e spirituale più che economica, riprendendo la lezione di Alternatives to Liberalism di George Santayana. Autori ormai fondamentali per capire quello che Philip Pilkington ha definito il «collasso del liberalismo globale».

Il suo volume The Collapse of Global Liberalism: and the Emergence of the Post Liberal World Order, che amplia lo sguardo oltre i confini americani, approderà anche in Italia, per Giubilei Regnani, editore che ha già curato la pubblicazione in Italia di alcune opere di Dreher e di Deneen.

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