Leggi il settimanale

Riccardo Braglia: “La malattia mi ha insegnato che non siamo invincibili”

La diagnosi improvvisa di leucemia, i mesi in isolamento, la fede vissuta come compagna quotidiana e una trasformazione personale profonda. In Il cammino nel deserto, l’imprenditore Riccardo Braglia ripercorre il viaggio che ha cambiato per sempre il suo modo di vivere, lavorare e confrontarsi con gli altri

Riccardo Braglia: “La malattia mi ha insegnato che non siamo invincibili”

Da manager abituato a controllare tutto a paziente costretto all’isolamento di una stanza d’ospedale. L’imprenditore farmaceutico Riccardo Braglia racconta nel libro “Il cammino nel deserto - Dalla malattia alla rinascita, tra fede e leadership imprenditoriale” (Piemme) il percorso che ha cambiato radicalmente la sua vita, la diagnosi improvvisa di leucemia mieloide acuta arrivata nel dicembre 2021, la paura, il dolore, la fede e una nuova idea di leadership più umana e autentica. Presidente e CEO di Helsinn Healthcare, da oltre quarant’anni protagonista del settore farmaceutico internazionale, Braglia ha trasformato il diario scritto durante la malattia in un racconto intimo e profondamente spirituale. Un viaggio che parte dalla fragilità e arriva alla rinascita, attraversando quello che lui stesso definisce “un cammino nel deserto”.

Nel suo libro emerge molto chiaramente l’idea che spesso viviamo come se nulla potesse davvero colpirci. Anche lei, prima della malattia, si sentiva in qualche modo invincibile?

“Sì, assolutamente. Mi sentivo invincibile, pensavo di poter affrontare qualsiasi difficoltà. Viaggiavo continuamente, lavoravo senza sosta, ero sempre attivo tra l’azienda, i progetti, l’Africa, il volontariato. Non mi fermavo mai un attimo. Ero convinto che la malattia fosse qualcosa che riguardava gli altri, non me. Poi improvvisamente arriva questo choc. Io ero ricoverato per la rottura del tendine del quadricipite, quindi non avrei mai immaginato di ricevere una diagnosi di leucemia mieloide acuta. In un attimo il mio mondo è cambiato completamente. Da uomo super attivo e dinamico mi sono ritrovato fragile, vulnerabile, isolato in una stanza d’ospedale di tre metri per tre per mesi. Tutto cambia prospettiva”.

Che cosa ha pensato nel momento esatto della diagnosi?

“La prima reazione è stata molto razionale. Ho pensato, è successo a me, adesso devo affrontarlo come affronterei un problema aziendale. Dovevo capire come gestire la cura e trovare una soluzione. Conoscevo bene quella malattia perché avevo lavorato allo sviluppo di farmaci legati all’oncoematologia. Infatti sono stato io stesso a parlare con l’ematologa della terapia. Quella è stata la prima fase. Poi, subito dopo, è arrivata la parte emotiva, come lo dico a mia moglie? Come lo dico ai miei figli? La paura più grande era far soffrire le persone che amo. La prima notte in ospedale, invece, sono arrivate tutte le paure più profonde, non tanto quella della morte, perché la fede mi ha sempre aiutato, ma la paura della sofferenza, dell’idea di lasciare mia moglie, i miei figli, i miei nipoti, l’azienda. La paura di essere dimenticato”.

Nella sua scrittura la fede occupa uno spazio centrale. Era già una parte importante della sua vita oppure è diventata fondamentale dopo la malattia?

“La fede è sempre stata presente nella mia vita. È un dono che sento di avere da quando ero ragazzo. Ho sempre frequentato la parrocchia, fatto volontariato, lavorato accanto ai malati, sostenuto missioni cattoliche in Africa. Però durante la malattia tutto questo si è approfondito enormemente. Per me Gesù è diventato il compagno di quei sette mesi. È per questo che il libro si chiama Il cammino nel deserto: è stato un percorso spirituale oltre che fisico. Prima pregavo nel modo tradizionale, durante quel periodo invece parlavo continuamente con Gesù. Era il mio compagno di stanza. Dicevo anche ai miei familiari di chiamarmi solo la sera perché durante il giorno avevo ‘da fare’, proprio come se fossi in ufficio. Ma il mio lavoro era quel dialogo interiore”.

Deserto

Ci sono stati alcuni episodi che hanno portato alla scoperta della malattia, che sembrano quasi dei segni. Lei li considera miracoli?

“Se uno è cristiano, sì, può chiamarli miracoli. Io li definisco anche ‘dioincidenze’. Sono caduto sulle scale della cappella che avevo costruito nel mio giardino. Poteva succedere ovunque, invece è successo lì. Poi ho deciso di non andare subito al pronto soccorso ma di aspettare il mio medico il giorno dopo. Proprio quel giorno lui operava in un altro ospedale che era anche centro oncologico, e lì mi hanno fatto subito gli esami del sangue scoprendo la leucemia in fase molto iniziale. Quindici giorni prima avevo fatto un check-up completo ed era tutto perfetto. Poi ci sono stati altri momenti. Una ragazza ricoverata accanto a me piangeva continuament,: era sola, aveva vent’anni ed era orfana di madre. In quel momento ho pensato che io non potevo lasciarmi andare perché avevo una famiglia, la fede, tante persone che mi amavano. E ancora, una lettera di Papa Francesco arrivata in uno dei momenti peggiori della terapia. Mi scrisse: ‘Caro Riccardo, so che stai male, pregherò per te, ma ricordati anche tu di pregare per me’. Ho pensato: se il Papa trova il tempo di pensare a me, allora io non posso mollare”.

Dopo questa esperienza è cambiato il suo rapporto con la morte?

“No, la morte non mi ha mai spaventato davvero. Né prima, né durante, né dopo la malattia. Per me la morte è un passaggio, non una fine. Questo grazie alla fede. Quello che spaventa è la sofferenza, il dolore fisico, il trapianto, gli effetti collaterali, il vomito, la pressione alta, il sentirsi male. Quelle sono paure umane. Ma la morte in sé non l’ho mai vissuta come un trauma. Credo che arriverà il momento in cui Dio dirà: ‘Ora è il tuo tempo’. E sarà semplicemente un passaggio”.

Ha mai provato un senso di rabbia verso la malattia?

“No, rabbia mai. Certo, mi sono chiesto: perché a me? Sono una persona che ha sempre lavorato, aiutato gli altri, fatto volontariato. È una domanda naturale. Ma mi sono dato subito una risposta, Dio sapeva che avrei avuto la forza di affrontare questo percorso. E ho pregato perché capitasse a me e non a mia moglie, ai miei figli o alle persone che amo. Non ho mai pensato ‘non doveva succedere a me’. L’ho accettato quasi subito”.

Colpisce il modo quasi positivo con cui lei racconta persino la chemioterapia.

“Perché ho scelto di vivere quel percorso come qualcosa che potesse trasformarmi. Il mio parroco mi disse: ‘Non so se guarirai, ma fai in modo che questa malattia diventi un cammino nel deserto per migliorare la tua spiritualità’. Quelle parole mi hanno cambiato. Io la chemioterapia l’ho chiamata ‘il mio flusso d’oro’. È stata devastante, ho avuto tutti gli effetti collaterali possibili, ma la vedevo come qualcosa che mi stava sì facendo soffrire, ma che allo stesso tempo mi stava dando luce e possibilità di guarigione”.

Lei era abituato a essere un leader. Ha mai avuto paura di mostrarsi fragile davanti agli altri?

“All’inizio sì. Ma poi la fragilità è diventata una forza. Io ero una persona che non chiedeva mai niente a nessuno. In ospedale, invece, avevo bisogno di tutto. Le infermiere sono diventate il mio punto di riferimento. Ho imparato a farmi aiutare. Nel libro parlo delle ‘cinque F’: famiglia, fede, fragilità, fiducia e forza. La fragilità mi ha insegnato a fidarmi degli altri e a capire che non si può affrontare tutto da soli”.

Lei scrive anche di una nuova idea di leadership. In cosa è cambiato concretamente il modo di gestire la sua azienda?

“Prima ero molto egocentrico nel lavoro. Tutto doveva passare da me. Controllavo ogni dettaglio, ero maniaco del controllo e della perfezione. Oggi ho capito che non sono indispensabile. Ho imparato a delegare, a fare un passo indietro, a lasciare spazio ai miei collaboratori e ai miei figli. Adesso penso molto di più al lungo termine, all’impatto umano dell’azienda, alle nuove generazioni, ai figli dei collaboratori, all’ecosistema che lasciamo dietro di noi. Credo che il mondo del lavoro abbia bisogno di diventare più umano, meno ossessionato dal risultato immediato”.

Come mai ha deciso di trasformare un diario così personale in un libro pubblico?

“All’inizio quel diario era solo per me. Scrivevo ogni giorno per aiutarmi psicologicamente e anche per lasciare qualcosa a mia moglie e ai miei figli nel caso non ce l’avessi fatta. Dopo il trapianto e la convalescenza l’ho lasciato da parte.

Un anno e mezzo dopo l’ho ripreso in mano, l’ho riletto e ho pensato che forse quelle parole potevano essere utili a qualcun altro. Se una persona, leggendo questo libro, riuscirà ad affrontare la malattia con un po’ più di speranza o troverà conforto in una pagina, allora sarà valsa la pena pubblicarlo”.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica