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Le richieste d’aiuto alla Croce rossa degli italiani scacciati dalla furia di Tito

All’archivio di Stato di Trieste le testimonianze degli esuli e di chi restò bloccato oltre confine

Le richieste d’aiuto alla Croce rossa degli italiani scacciati dalla furia di Tito

Le voci e le parole degli italiani disperati di fronte alle violenze titine, alla pulizia etnica perpetrata nel silenzio generale (e soprattutto della sinistra italiana) dai comunisti jugoslavi. Le richieste d’aiuto che faticosamente attraversavano un confine imposto dalla guerra e che non teneva conto delle lingue e delle storie personali, esattamente come non ne avevano tenuto conto fascisti e nazisti quando si credevano vincenti. In occasione del Giorno del Ricordo 2026, l’Archivio di Stato di Trieste espone una serie di significativi documenti per raccontare alcune vicende legate alla tragedia dell’esodo giuliano-dalmata. Un esodo che non è riducibile all’atroce violenza delle foibe, ma inteso come complesso processo di abbandono forzato lungo un ampio arco cronologico.

I documenti scelti per la mostra vogliono mettere sotto la lente di ingrandimento quei legami familiari spezzati e la necessità di ricevere notizie sulla sorte dei propri beni e dei propri congiunti da parte di persone messe alla prova dalla lontananza e dalle conseguenze della partenza forzata. Insomma un viaggio nel tempo per ritrovare le tracce di un’umanità divisa dai nuovi confini e dalla situazione politica cementata del Trattato di pace di Parigi del 1947 fino agli esiti del Memorandum di Londra del 1954. La politica internazionale andò in una direzione, le persone in un’altra, coltivando come poterono il senso di appartenenza a un’italianità difesa con le unghie.

Questi documenti sono uno spaccato della vita nei centri di raccolta profughi dove vennero mandati gli esuli. Una vita costellata da difficoltà di ogni sorta e permeata da quell’amarezza di una sorte ingiusta e dalla nostalgia. Dall’altro lato del confine riaffiora il dolore della prigionia nei campi d’internamento jugoslavi dove gli italiani civili erano condannati ai lavori forzati per tentato espatrio clandestino, dopo il rifiuto da parte delle autorità del riconoscimento della cittadinanza italiana. Una vita fatta di fatica, privazioni di ogni sorta, mancanza di viveri, salute incerta.

Questo spaccato di realtà, crudo e amaro, emerge dalla documentazione dell’archivio storico della Croce rossa italiana di Trieste, recentemente depositato presso l’Archivio di Stato dal Comitato regionale. Questi documenti, per la loro caratteristica di essere una fonte indiretta, ci consentono di monitorare la situazione del dopoguerra al confine orientale da un punto di vista neutrale, di assistenza umanitaria. La situazione della crisi umanitaria che si era venuta creando subito dopo il trattato di pace e che doveva essere affrontata dalla CRI in termini di assistenza medica, pasti e posti letto per la prima accoglienza di chi lasciava le proprie terre, viene descritta dalle numerose relazioni conservate. Fu chiaro da subito che si sarebbero riversate migliaia di profughi da oltre confine nel territorio di Trieste e che il problema sarebbe durato per anni. Ma la necessità di assistenza negli anni successivi sarebbe andata oltre: nei territori poi ceduti erano rimaste ancora tantissime famiglie italiane, bloccate perché prive di risorse, spaventate dal partire... Peggio per gli «optanti» in favore della cittadinanza italiana costretti dall’attesa dei documenti a rimanere o a partire da clandestini e, qualora catturati alla frontiera dalle autorità iugoslave, condannati ai lavori forzati e internati nei campi di lavoro in Slovenia, Croazia, Serbia.

La mostra - dal titolo Porgere la mano benefica ad una figlia d’oltre il confine. Esuli, optanti e prigionieri al confine orientale nel secondo dopoguerra - raccoglie alcune delle storie di questa umanità divisa, tratte in particolare dalla serie dell’Ufficio Prigionieri, ricerche e servizi vari, attivo in seno al Comitato CRI di Trieste durante la Seconda Guerra Mondiale e per tutto il dopoguerra fino agli anni Cinquanta. Si tratta di quasi 34mila schede e relativi fascicoli redatti in seguito a richieste di ricerca di persone scomparse, di cui i familiari avevano perso traccia. Da alcuni documenti emerge un dolore profondo espresso con le parole più semplici. Ecco un esempio: «Mia sorella ha optato per la cittadinanza italiana. Per questo motivo essa è divenuta oggetto di minacce e soprusi da parte degli individui al potere nel luogo. Agli indirizzi suoi e di suo marito sono state proferite minacce di morte. In conseguenza all’opzione essa è soggetta a tutte le restrizioni economiche, al licenziamento ed altre angherie che mettono lei e la sua famiglia in tristi condizioni». Non solo il Comitato CRI di Trieste, durante gli anni del Governo militare alleato a partire dal 1947 diventato Delegazione di Croce Rossa Italiana per il Territorio Libero di Trieste, dialogava con diverse istituzioni, in primis con l’Ufficio del Servizio sociale internazionale della CRI di Roma, maanche con altri comitati stranieri CRI, fra tutte la Croce rossa Iugoslava. E ancora non mancano gli scambi con il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, con ambasciate, consolati, campi di prigionia, per riuscire a reperire notizie. Significativi risultano, in particolare, i costanti contatti con l’ufficio del Governo Militare Alleato «Displaced Persons Records Office» e, fra la fine anni degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, con l’International Refugee Organization, che aveva un suo ufficio emigrazione anche a Trieste ed era dotato di propri campi in Italia.

La mostra inaugurata oggi e sarà visitabile dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle 13, fino al 10 marzo. Ha spiegato al Giornale il direttore degli Archivi di Stato, Antonio Tarasco: «Nel Giorno del Ricordo, gli Archivi consentono di ricostruire, attraverso i documenti, i drammi e le atrocità vissuti dagli italiani durante l’esodo forzato dalle terre giuliano- dalmate, in uno spirito di verità, concordia e rispetto del pluralismo delle idee.

In questa giornata, la rete degli Istituti archivistici sul territorio si confermaun presidio di conoscenza, capace di restituire la complessità di quelle vicende e di tradurla in una consapevolezza condivisa per tutti gli italiani».

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