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Vivere e morire (e fare politica) nella Spagna del "caudillo" Franco

Fra romanzo storico e autobiografia, una riflessione sul potere della memoria

 Vivere e morire (e fare politica) nella Spagna del "caudillo" Franco

Diciamo subito che Carmen Martín Gaite (1925-2000), di cui esce ora in Italia la traduzione di uno dei suoi libri più celebri, del 1978, El cuarto de atrásel - La stanza in fondo (Mondadori, pagg. 178, euro 14, traduzione di Michela Finassi Parolo), è una delle scrittrici più amate della letteratura spagnola del Novecento. Il libro è il risultato di una feconda combinazione tra diario memorialistico e romanzo, ambientato nello scenario domestico della nativa Salamanca, a partire dalla svolta storica e culturale segnata dalla morte del generale Franco, dove la scrittrice indaga il passato individuale e collettivo, attraverso il dialogo con un enigmatico visitatore notturno. Il quale conosce la sua opera e anticipa i futuri lettori che hanno bisogno di conoscere gli effetti devastanti del franchismo.

Come informa l'illuminante introduzione di Maria Vittoria Calvi, il romanzo «oscilla continuamente tra la nebulosa del sogno e la materialità del reale» e, già dalle prime pagine, possiamo vedere come il flusso della scrittura-parola sia il mezzo ideale, poiché riesce a mescolare, in forma di riflessione, autobiografia e realtà, memoria e fantasia. Significativo è l'inizio del libro il cui testo si apre con punti di sospensione, seguiti dall'avversativa «nonostante», a riprova di una volontà di rimozione del doloroso passato.

All'inizio la protagonista del libro vive una notte speciale in cui, mentre è sveglia in casa, riceve la visita di un misterioso

uomo vestito di nero che l'accompagnerà nel racconto. Durante la conversazione notturna emergono i ricordi d'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza, vissuti durante e dopo la Guerra Civile, ma non mancano riflessioni sull'arte, la vita, la scrittura. L'uomo ignoto ha un comportamento ambiguo, enigmatico, e non è chiaro se il personaggio sia reale o frutto di immaginazione. Alla fine il fantasma sparisce, resta un manoscritto che sembra raccontare tutta la conversazione avvenuta tra di loro e quindi l'opera stessa.

Il romanzo riflette i temi importanti che la memoria custodisce nel rapporto con il passato, annulla il confine tra realtà e invenzione, ma anche informa sul processo creativo, sulle letture amate e, soprattutto, descrive, attraverso la voce di una donna, la società della Spagna franchista e post-franchista. In sintesi, il libro è una storia sul potere dei ricordi e il mondo: una vita raccontata attraverso un dialogo notturno tra una narratrice e una figura misteriosa, dove reale e immaginario si intrecciano e si confondono.

Libro dunque di rottura e sabotaggio della registrazione della scrittura a favore del linguaggio orale, talora improvvisato o dettato dal sogno e dal fantastico. È significativa la citazione iniziale del filosofo George Bataille, che recita: «L'esperienza non può essere comunicata senza legami di silenzio, di occultamento, di distanza». Legami propri del messaggio improvvisato, tipico della parola più che della scrittura, che ha invece un valore statico, lapidario. Da qui l'ingresso tumultuoso dell'oralità propria del fantastico e del gergo comune, congeniale soprattutto al mondo femminile, a cui ricorre Martín Gaite che mette al centro la vita interiore, i pensieri, le inquietudini e le contraddizioni dei personaggi, sul cui sfondo si riflette il mondo quotidiano della donna e, in particolare, si specchia il contesto sociale metaletterario dove il racconto è riflessione,

memoria, e i frammenti della storia spagnola si confondono con la vita di ogni giorno.

Se guardiamo la scrittura che forma i capitoli del libro, balza in tutta evidenza la narrazione scorrevole, fluente, dove predominano lunghi incisi, frutto di pensieri e ragionamenti più che di azioni concrete, come del resto mostra la punteggiatura per lo più limitata a virgole o punti e virgola, con scarso uso del punto. L'impressione è quella di un dialogo continuo ma franto, frutto di un monologo interiore tra l'autrice e la sua immagine, che a volte appare riflessa sulla tela cerata di una tovaglia. E qui non valgono i dettagli realistici (lo specchio della cornice antica «accanto al sofà marrone»), poiché la persona, non è più lei, ma la bambina di otto anni e poi la ragazza di diciotto, in casa dei nonni a Madrid.

L'ultimo capitolo, «La scatoletta dorata«, non è il racconto di un sogno, bensì un dialogo con se stessa e la figlia, in cui compare l'amato filosofo Tudorov, che ha lasciato la Bulgaria del regime comunista, presente fin dall'inizio, come anche è ricordato il libro L'uomo ombra di Dashiell Hammett. C'è inoltre la presenza di uno scarafaggio che abita nella casa, impossibile da prendere e uccidere: un'immagine minacciosa, come la presenza di due misteriosi bicchieri su un vassoio.

In questa atmosfera inquieta e inquietante, la scrittrice, mentre si prepara per andare a dormire, apre i fogli che ha tra le mani e legge La stanza in fondo.

Carmen Martín Gaite, scrittrice di interni, ci propone un interrotto dialogo sullo scenario domestico della vita di provincia, dove finzione e cronaca, storia e immaginazione sconfinano nel sogno.

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