Non ricordo di avere visto mio padre quando ero bambina. Non mi accompagnava a scuola, non andava ai colloqui con i professori e non giocava con me, né con i miei fratelli. Semplicemente non c'era, lavorava sempre. Eppure è stato un padre favoloso e con il suo esempio mi ha insegnato quasi tutto quello che so, compreso il mestiere di giornalista. Erano altri tempi, così diversi da questi che sembra passato un secolo.
Oggi 19 marzo, giorno di San Giuseppe, in Italia si festeggiano tutti i papà: da quelli che ormai sono nonni a quelli che hanno appena avuto un figlio. Cari papà, il vostro ruolo, nel tempo anche bistrattato, per i figli è sempre più fondamentale. Negli ultimi decenni è cambiato in modo radicale e perlopiù in meglio: i nuovi padri si sono reinventati, diventando figure molto più complete all'interno del nucleo familiare.
"Non è difficile diventare padre. Essere padre: questo sì che è difficile", scriveva Sigmund Freud. L'ultima generazione ha imparato la lezione: la maggior parte si orienta facilmente fra pannolini e omogeneizzati, legge manuali di pedagogia, scrive nella chat delle maestre e partecipa alla vita dei figli quanto la madre, sostituendola se ha impegni di lavoro. È stato un percorso che negli anni si è fatto rivoluzione culturale: non in tutta Italia è già così, ma la tendenza consolidata è che i giovani padri si alleano con le madri per svolgere il ruolo genitoriale. Sono complementari e complici negli impegni quotidiani.
In questo quadro positivo, va segnalato però un numero di segno contrario che riguarda i nuovi padri italiani: in media, fanno il primo figlio intorno ai 36 anni, attestandosi così come i più vecchi d'Europa. Il dato è dell'Istat: in Italia si diventa padri a 35,8 anni, in Francia a 33,9 e in Inghilterra a 33,2. E un italiano su tre supera questa soglia, ritardando ulteriormente la scelta genitoriale. Negli ultimi 30 anni, l'età dei nuovi padri è aumentata di oltre 10 anni e non è un bel dato. Lo sottolinea anche la medicina: gli esperti di andrologia ricordano che la fertilità maschile è all'apice fra i 20 e i 30 anni, per poi diminuire rapidamente.
Le ragioni di questo procrastinare la paternità sono molteplici: sopra tutte, c'è la volontà di raggiungere un lavoro stabile prima di mettere al mondo un bambino. In generale, i nuovi papà nonsono avventati e non si accontentano: nelle loro scelte, l'obiettivo della sicurezza economica pesa in modo determinante. Sono preparati, anche laureati e trovare un lavoro che corrisponda alla propria formazione è una sfida. E non solo: trovare una casa adeguata per mettere su famiglia è più difficile ancora. Soprattutto nelle città, per i giovani i prezzi di un alloggio - sia in affitto che da acquistare - sono proibitivi. Per fortuna l'alleanza economica con le mamme lavoratrici è ormai fattuale, nelle giovani famiglie tutto si divide a metà: le spese, le responsabilità, il tempo. Mancano ancora adeguati aiuti strutturali da parte delle istituzioni, ma il cammino è avviato.
I padri di oggi sono attenti, stanno in ascolto, considerano normale prendere parte attivamente alla vita dei figli. Da anni studio l'evoluzione della famiglia e i comportamenti dei giovani e riconosco che assolvono sempre con maggior cura all'indispensabile funzione paterna. C'è solo un rischio: che i nuovi papà tanto responsabili diventino "mammi": ecco, non fatelo.
Anche se la divisione dei ruoli è cambiata profondamente, la figura paterna rafforza l'autostima dei figli e li rende più sicuri. Siate autorevoli, non autoritari; credibili, non amici; presenti, non pressanti. E sarete papà da festeggiare davvero.